L’AQUILA – “Il “Caso Matteotti”, ebbe ripercussioni salienti per lo stesso Fascismo abruzzese
Vennero disarcionati da Mussolini, Acerbo, perché non in grado di arginare tale criticità del regime, quindi, accusando i“forsennati” che con eliminazione dell’onorevole rodigino, avevano messo in difficoltà, pure, il suo rimaneggiamento amministrativo nazionale, nonché, Alessandro Sardi, il barone peligno e Sottosegretario alle Poste”. Lo spiega lo storico aquilano e professore, Enrico Cavalli, in un secondo articolo su questo tema da lui inviato ad Abruzzoweb.
“Ne derivò, l’ascesa di Serena nel Fascismo provinciale nell’agosto 1926, riconosciuta da Giovanni Marinelli, già uomo di Mussolini ai tempi del Socialismo e scagionato per il sequestro di Matteotti.
Spostato, per evitare “casse di risonanza” mediatica al governo, dal Tribunale di Roma alla Corte di Assise di Chieti dal 16 marzo al 24 marzo 1926, il processo sul rapimento ed omicidio di Matteotti, fu a carico degli esecutori materiali: Dumini, Volpi, Poveromo, subiscono condanna di cinque anni per “delitto praeterintenzionale”; a difesa degli imputati, l’avvocato cremonese, “ex” quadrumviro e capo del PNF., Roberto Farinacci, il cui contegno esasperato nel corso del giudizio, profondamente, irritava il Duce che lo defenestrò a vantaggio della segreteria moderata del parmense Augusto Turati nel 1930; a tutela della parte lesa, un altro amico abruzzese di Matteotti, Pasquale G. Magno, sindaco di Orsogna nel 1920 (nipote di Giuseppe, notaio, capogabinetto ministeriale di Francesco Saverio Nitti e di Acerbo), per inciso, promotore del socialcomunismo a Pescara nel’45, ma, presto, esautorato dai circoli di sinistra locale per gli appoggi ad Acerbo nell’ “epurazione fascista”, laddove, nella capitale adriatica, era istituita una prestigiosa corsa ciclistica, il “Trofeo Matteotti” a sostituzione della targa automobilistica “Tito Acerbo”.
“Lopardi,sottrasse ai controlli polizieschi, i familiari del deputato soppresso dalla “Ceka Nera”, la consorte Velia Titta, poetessa romana, figli Giancarlo, Isabella, Gianmatteo, recandoli da Roma in un albergo di Castel Del Monte; qui, attivandosi, a sprezzo del pericolo, Vincenzo Domenicucci, “ex” sindaco castellano dal 1920-22, per conforti morali e materiali ai Matteotti, sotto sorveglianza “durissima” da minare la stessa salute della signora Velia e che scomparirà nel giugno’38.
Dopo il 1945, “ex” Decreto Luogotenenziale n.159 del 27 luglio 1944, riapriva il “Caso Matteotti”: assenti Malacria (per decesso nel’34), Marinelli, DeBono (ricordiamo fra i fucilati a Verona dalla Repubblica Sociale Italiana l’11 gennaio’44, per la congiura antimussoliniana del 25 luglio del’43), ebbero l’ergastolo, commutato in trent’anni di prigione Dumini (“graziato” nel’56), Viola, Poveromo, invece, Rossi, uno dei “mandanti”, amnistiato dal comunista e Guardasigilli, Palmiro Togliatti “ex” Decreto del Presidente della Repubblica n.4 del 22 giugno’46; mancò, ancora, l’accertamento di colpe dirette di Mussolini, cui si addebitò, però, “correità”morale nel delitto politico”.
“La storiografia su Matteotti, sterminata assai di molto ruoterà sui “dossier” circa gli scandali finanziari nel Paese, che il parlamentare rodigino avrebbe inteso denunciare alla Camera dei Deputati nel 1924, e, per ricostruzioni successive, forse, il movente di quell’omicidio: addossando responsabilità alla “Corona”, Gianmatteo Matteotti (esponente socialdemocratico e Ministro della Repubblica ad inizio anni’70, scomparso nel giugno 2000), e, che ebbe frequentazione con Giorgio Almirante, uno dei fondatori del Movimento Sociale Italiano nel dicembre’46 (erede dell’esperienza “repubblichina”), perché entrambi abitanti in Via dei Parioli a Roma.
L’Abruzzo politico, ha recitato un ruolo pregnante nel “Caso Matteotti”, in specie, Lopardi, come da carteggio (in possesso, gli originali dell’avvocato Riccardo Lopardi), coi vertici e base del PSU., che aggiunge il “dicitur” dei Lavoratori nel’27, riunitosi al PSI., nel’30 (bollandosi da Mosca, la riunificazione come “socialfascista”), finchè, transformantesi in Partito Socialista Democratico nel’47 su egida di Giuseppe Saragat (Presidente della Repubblica dal 1964-71), in antitesi al massimalismo in virtù delle iniziali indicazioni di Matteotti, che, appunto, avrà commemorazioni “separate” per le pregiudiziali comuniste (sprezzanti i giudizi gramsciani all’indomani stesso del 10 giugno 1924, nei riguardi del deputato pisuista).
“All’Aquila, Matteotti, ha ricevuto intitolazioni dell’”ex” Vicolaccio, (assegnato ne 1940 all’”ex” quadrumviro Italo Balbo), poi, la Piazza del quartiere Santa Maria di Farfa in pieno centro storico, dietro, l’ispirazione di Emidio Lopardi, peraltro, fautore a livello locale della “riconciliazione” civile, almeno, fino alla sua scomparsa nell’ottobre’60, allorquando, una simile tradizione politico-professionale, verrà proseguita dal figlio Ubaldo, deputato dal’48-58 e sindaco dell’Aquila dal’75-80″, conclude Cavalli nel suo saggio.





