ROMA – Ha risuonato oggi il triplice fischio finale fissato dall’Europa come scadenza per spendere i tre miliardi stanziati con il Pnrr per realizzare le case della Comunità, il nuovo presidio multidisciplinare della sanità sul territorio.

Il termine del 30 giugno fissato da Bruxelles prevedeva infatti come target minimo l’apertura di almeno 1038 Case di comunità e 307 Ospedali di comunità e i dati su cui in queste ore stanno facendo le verifiche i tecnici del ministero della Salute.

Come scrive il Sole 24ore, “se a metà giugno le Case di comunità per le quali le Regioni avevano dichiarato ufficialmente l’operatività erano poco più di 800, venerdì scorso si era arrivati a quota 900 che fa presagire il raggiungimento del target delle 1038 strutture sul filo di lana. Anzi i tecnici della Salute stimano che si potrebbe superare il target europeo raggiungendo subito le 1200 aperture complessive (in cantiere, ma senza scadenze precise, ce ne sono oltre 1700 in tutto di Case di comunità). Discorso molto simile per gli Ospedali di comunità che venerdì scorso erano già arrivati a quota 290 a fronte di un target di 307, insomma anche qui la meta è davvero a un passo”.

Ma dai dati più aggiornati, l’operatività delle Case della comunità non è omogenea in Italia, con il Nord con percentuali maggiore rispetto al Sud.

Come riassume il quotidiano L’Avvenire in un suo approfondimento, “in Valle d’Aosta operative tutte e quattro le strutture previste. In Piemonte, dove la programmazione prevede 91 Case di comunità (di cui 82 finanziate con i fondi Pnrr) , 78 sono operative e altre 4 lo saranno entro agosto. In Liguria sono tutte regolarmente funzionanti le 32 Case di comunità previste. In Trentino sono aperte 11 delle 14 strutture stabilite, mentre in Alto Adige sono funzionanti 7 su 7 Case di comunità previste. In Emilia si viaggia sull’80% delle strutture realizzate delle 60 previste. In Toscana la situazione è migliore con 54 Case già operative che a giorni diventeranno 70 ed entro la fine dell’anno si toccherà 80 strutture. In Umbria sono previste 25 Case di Comunità (in 23 città) e tutte risultano operative. Nelle Marche il piano prevede 36 strutture totali, ma ad oggi sono aperte 29, prevalentemente con servizi ambulatoriali. Nel Lazio i lavori sono stati completati in 115 Case su 122 previste ed il target minimo è stato comunque raggiunto visto che prevedeva il completamento di 107 strutture.  In Molise sono 9 le Case previste e i lavori per la maggior parte si dovrebbero concludere in questi giorni. Ma dalla Regione assicurano che saranno immediatamente operative, dato che già si dispone del personale necessario”.

Scendendo più a Sud la questione si complica. “In Campania, ad esempio, ad oggi sono 98 le strutture attive anche se la previsione iniziale era di quasi il doppio, per la precisione 171. In Puglia ad oggi le strutture operative sono 42 e presto dovrebbero salire a 78. In Basilicata va meglio, con 15 Case della comunità funzionanti su 17. In Calabria al momento è stato deliberato il completamento dei lavori di 48 Case di comunità sulle 60 pianificate. In Sicilia ne risultano attive 54 su 146 previste, mentre altre 27 risultano conclusi i cantieri e attendono l’attivazione. In particolare in provincia di Palermo ne risultano operative 35. Di gran lunga più rosea la situazione in Sardegna in cui erano previste 50 strutture e ad oggi ne sono operative addirittura 59, superando quindi il target del Pnrr”.

In Abruzzo la situazione è quasi in dirittura d’arrivo, visto che sono regolarmente aperte 41 delle 43 strutture previste.

Ha spiegato il ministro Orazio Schillaci al Sole 24 ore: “si è lavorato tanto su questo target. Siamo sempre stati ottimisti. Il lavoro che stiamo facendo è di affiancamento delle Regioni e di monitoraggio continuo. Ringrazio le strutture del ministero per il grande impegno, ma anche i territori. La sfida del Pnrr era grande e troppo importante per sprecare l’occasione. Questo Paese quando vuole sa essere unito e può puntare dritto all’obiettivo. Ora lavoriamo pancia a terra sul personale. Abbiamo chiuso l’intesa con i medici di medicina generale, ma dobbiamo scrivere tutti insieme convintamente una nuova pagina per la medicina territoriale”.

Fondamentale l’accordo con i medici di famiglia andato in porto in extremis che prevede fino al massimo sei ore di impegno settimanale nelle Case di comunità con turni di non meno di 3 ore per quei dottori che non sono già impegnati nel distretto potrebbe essere la spina nel fianco.

Il nodo come mostrano i monitoraggi di Agenas è riuscire a popolare queste strutture di personale e servizi – a dicembre scorso solo il 4% delle Case di comunità aveva tutti i servizi a regime – e la retromarcia del Governo sul decreto di riforma che prevedeva anche la dipendenza per i medici di famiglia da assoldare per le nuove strutture potrebbe far rischiare il flop a più di una Casa di comunità.