L’AQUILA – Ci vuole un input dall’Università dell’Aquila per sbloccare la vicenda di Casale Calore, il terreno dove sarebbe dovuto sorgere un centro di ricerca dell’Eni, poi cancellato, appezzamento che ora è a destinazione edilizia e almeno sulla carta potrebbe rischiare una speculazione.

“Chiamando” la rettrice, Paola Inverardi, lo spiega ad AbruzzoWeb l’assessore comunale alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, per il quale “non possiamo certo alzarci la mattina e cancellare una variante urbanistica stabilita da una delibera comunale, non lo consente la legge. La richiesta in tal senso deve arrivare, semmai dall’Università, proprietaria del terreno”.

Il lotto, che ha una dimensione di 65 mila metri quadrati, è stato trasformato nell’ottobre 2010 da terreno agricolo a edificabile, in vista della realizzazione del centro di ricerca finanziato dal colosso petrolifero per 12 milioni di euro, poi saltato con l’impegno Eni che è stato deviato alla ricostruzione della Basilica di Santa Maria di Collemaggio.

Era all’epoca assessore competente Roberto Riga, ora agli arresti domiciliari a seguito dell’inchiesta su presunte tangenti nella ricostruzione post-sisma. Il progetto è però sfumato tra le polemiche e prevedeva la costruzione di una casa alloggio per ricercatori e studenti da 100 posti, di 50 laboratori, oltre ad aree tecniche, aule e uffici.

Ma il terreno è rimasto edificabile e ora l’assessore Di Stefano nega anche la possibilità tecnica di tornare indietro con un atto d’imperio.

“Il ripristino della destinazione agricola – spiega a questo giornale – doveva essere prevista dalla stessa delibera comunale, nel caso non si fosse realizzato l’intervento, come poi accaduto. Ma non è stato fatto. Ora la richiesta deve arrivare dalla stessa università, proprietaria del terreno trasformato in modo legittimo edificabile”.

Di Stefano, insomma, conferma a distanza di un anno quanto affermato dal sindaco, Massimo Cialente, che aveva escluso l’evenienza di un’altra variante. Aggiunge, però, che non ci sono rischi di speculazioni edilizie: “Non c’è nessun interesse, neanche da parte dell’Università. Il cambio di destinazione era stato fatto solo in funzione del centro Eni, non è che ci si possa costruire altro”.

Di Stefano aggiunge ora che “la vocazione di quello, come altre parti del nostro territorio, andrà valutata proprio nel quadro complessivo del piano regolatore generale”.

E che “spetta all’Università sgombrare il campo da possibili speculazioni edilizie”, in una città che non ha certo bisogno di altre cementificazioni, vista l’abbondanza di abitazione sfitte, e lo scotto già pagato all’emergenza con la realizzazione di 19 quartieri del progetto C.a.s.e. su suoli anch’essi precedentemente quasi tutti agricoli.

Di Stefano ricorda, a tal proposito, che il cambio di destinazione d’uso “è stato deciso sotto la fortissima pressione politica e dell’opinione pubblica, con l’Università in prima linea, perché era considerato come condizione per consentire l’investimento dell’Eni. Non è stato un’iniziativa nata su volontà del Comune”.

Ma dopo la scadenza di una precedente intesa triennale firmata a maggio del 2009 con l’Ateneo, che aveva portato a un nulla di fatto, l’Eni ha deciso di ritirare i fondi stanziati per la realizzazione della struttura di ricerca, 12 milioni più 8 da destinare in borse di studio, e chiudere i cordoni della borsa nei confronti del mondo accademico, dedicandosi piuttosto a Collemaggio.