L’AQUILA – Il loro condominio è stato finalmente ricostruito, ma otto famiglie aquilane, che nel frattempo hanno perso il diritto all’assistenza, non possono tornarci a vivere, a causa di una lite giudiziaria nell’ambito della quale sia i condòmini sia l’imprenditore si sono denunciati a vicenda.

Secondo quanto si è appreso, alla base della querelle ci sono lavori aggiuntivi fatti in corso d’opera dall’impresa, che i condomini non vogliono pagare perché non sarebbero stati concordati prima.

La vicenda riguarda una palazzina nel quartiere di Pettino ed è destinata a concludersi nelle aule dei tribunali: un caso non certo infrequente che rischia di diventare un fenomeno “pericoloso” nei prossimi mesi.

Si tratta di un appalto cominciato male e finito peggio: l’assemblea di condominio aveva affidato inizialmente i lavori alla impresa Mazzi di Verona, che poi è precipitata in brutte acque a livello economico.

Per evitare il fallimento, come raccontato da AbruzzoWeb, ha dovuto cedere le milionarie commesse di cui aveva fatto incetta nella ricostruzione aquilana: si parla complessivamente di circa 100 milioni di euro.

La commessa del palazzo in questione, del valore di circa 2 milioni di euro, è stato “acquistata” da un’altra ditta del Nord, la Aldo Tasca di Ponzano Veneto (Treviso). Ulteriore difficoltà, il passaggio di consegne sarebbe avvenuto quando i lavori erano già iniziati dalla Mazzi.

È accaduto, però, che, per completare i lavori previsti dall’appalto, la ditta subentrante abbia chiesto ai condòmini un contributo extra. Secondo i cittadini, come una doccia gelata giunta al termine dei lavori.

A quel punto i cittadini sono andati su tutte le furie e hanno denunciato immediatamente la ditta, sostenendo che i lavori che avrebbero determinato lo sforamento del budget previsto dall’indennizzo dello Stato non erano stati concordati.

La Tasca, che rivendica la legittimità del suo operato e della richiesta di denaro, a sua volta avrebbe contro-denunciato i condòmini, e non ha riconsegnato a nessuno le chiavi di casa. Con la motivazione, sempre stando a fonti vicine ai malcapitati, di problemi di sicurezza.

Rivendicazioni che, però, apparirebbero più espedienti perché la sicurezza non è competenza diretta dell’impresa, ma soprattutto perché il Comune avrebbe concesso l’agibilità provvisoria.

Sarà il Tribunale a decidere chi ha ragione e chi ha torto, ma la vicenda riporta alla ribalta della cronaca e, si auspica, dell’agenda politica, il meccanismo assai in voga nel “cratere” sismico, del passaggio di mano di appalti tra un’azienda e un’altra.

Che è la conseguenza di altro fenomeno: quello delle imprese che incamerano un portafoglio milionario di contratti nella ricostruzione e poi, trovandosi in difficoltà, portano i registri in tribunale, dopo aver rivenduto il pacchetto di commesse ad altri gruppi imprenditoriali nazionali.

Procedure regolari, ma che in molti casi portano a estromettere i cittadini sfollati, che si ritrovano “affidati” con tutto l’appalto a ditte che non avevano scelto, e con cui non c’è un rapporto fiduciario.

La conseguenza sono contenziosi giudiziari di varia natura che ritardano il completamento dei lavori, o come in questo caso, impediscono agli aquilani di tornare nella loro casa ricostruita nei tempi previsti con i soldi dei contribuenti. Filippo Tronca