L’AQUILA – La gravità della malattia era un modo per far passare il suo trasferimento al 41bis del carcere dell’Aquila, inosservato.
Far credere all’esterno che Francesco Schiavone, detto Sandokan, boss del clan dei Casalesi, da 26 anni in carcere avesse bisogno di cure particolari tanto da lasciare la sua cella nel carcere di Opera, a Milano, per andare in quello dell’Aquila, dove era stato assistito Matteo Messina Denaro morto per tumore.
Un espediente, così come confermato fonti investigative, per evitare che la voce del suo pentimento circolasse in fretta in ambienti della camorra. In realtà Schiavone è malato ma non ha neoplasie; la voce che fosse malato di tumore non è mai stata smentita proprio per tenere più riservato possibile il trasferimento nell’istituto di pena dove già sta parlando con la Dna e la Dda distrettuale.
Alcuni dei suoi stretti familiari, sempre secondo le fonti, sono rimasti spiazzati da questa decisione di collaborare con la giustizia, e alcuni di loro si sarebbero già rifiutati di abbandonare le loro case a Casal di Principe, rifiutando la protezione, come già successe dopo il pentimento del 2018, del figlio primogenito, Nicola Schiavone. A novembre del 2021 anche il figlio Walter Schiavone, ha seguito le orme del fratello Nicola collaborando con la giustizia, anche se in questo caso l’atto non è stato mai deciso e determinato al punto da riscuotere la piena fiducia degli inquirenti.
Sandokan ha costruito il suo impero criminale con una lunga scia di sangue ed efferati omicidi, grazie a potenti appoggi della cosiddetta “mafia dei colletti bianchi”, che ora trema alla luce del suo pentimento, complicità eccellenti, come scrive Fanpage, che lo hanno portato fino ai grandi appalti come quelli di Rfi, le ferrovie italiane. Sandokan è stato arrestato nel 1998, quando la Polizia è arrivata al bunker di Casal di Principe dove si nascondeva da latitante, ma da allora non ha mai aperto bocca con gli inquirenti. Il primo ergastolo è arrivato col maxiprocesso Spartacus, ne sono seguiti ancora 12, più una serie di altre condanne.
Oggi il clan dei Casalesi è profondamente disarticolato dalla sequela di arresti. E come scrive il Fatto quotidiano, tra i segreti che potrebbe custodire c’è quello della misteriosa scomparsa del rivale Antonio Bardellino, ucciso in Brasile nel 1988 su suo ordine, secondo le ricostruzioni ufficiali del processo Spartacus. Ma il corpo di Bardellino non fu mai ritrovato e le circostanze del suo seppellimento – di sera, nella spiaggia di Copacabana – non appaiono del tutto verosimili agli inquirenti. Il caso è ancora aperto in un fascicolo del pm Vincenzo Ranieri della Dda di Napoli, che nei mesi scorsi ha ordinato alcune perquisizioni tra il casertano e il basso Lazio: una delle ipotesi è che Bardellino non sia stato ucciso nel 1988 e che sia invece rimasto all’estero, tra Sudamerica e Stati Uniti, per molto tempo. Oggi avrebbe 78 anni.





