AVEZZANO – Giornate sui campi massacranti, lavoratori in nero o irregolari, costretti a paghe da fame soprattutto se immigrati clandestini, facilmente ricattabili e senza alternative.

Questo l’inquietante scenario che è emerso di una serie di controlli effettuati dal Comando provinciale dei carabinieri dell’Aquila, insieme al Nucleo ispettorato del lavoro, ai gruppi Forestale dell’Aquila e Tutela del lavoro di Roma a all’Ispettorato territoriale del lavoro dell’Aquila, nel comprensorio del Fucino, zona dell’Abruzzo a particolare vocazione agricola, finalizzati al contrasto del fenomeno dell’intermediazione illegale e dello sfruttamento lavorativo.

A seguito dei controlli sono state sospese tre attività imprenditoriali che impiegavano lavoratori in nero e accertate 66 violazioni amministrative per sanzioni superiori a 144 mila euro.

I 50 militari impegnati hanno agito con il supporto del 16° Nucleo elicotteri di Rieti,

I servizi, disposti dal Comando interregionale carabinieri “Ogaden” di Napoli, sono stati svolti nel periodo tra il 4 ed il 26 settembre ed hanno interessato, in particolare, i comuni di Avezzano, Celano, Luco dei Marsi, Ortucchio, Pescina, Trasacco e San Benedetto dei Marsi.

Sono 30 i fondi agricoli, altrettante le aziende operanti nel settore della raccolta di prodotti ortofrutticoli e 3 le società attive in altri settori (taglio commercio di legnami e distribuzione di carburanti per autotrazione) ispezionati.

Controllati 214 lavoratori, di cui 50 non in regola, individuati 16 lavoratori “in nero”, tra cui 3 immigrati irregolari di nazionalità marocchina, dei quali 2 denunciati in stato di libertà per inosservanza del decreto di espulsione dal territorio nazionale.

Tra le prime reazioni politiche quelle del  consigliere regionale Leandro Bracco di Sinistra Italiana.

Fino a quattordici ore di lavoro al giorno. Due euro e 50 centesimi di paga oraria. E poi la costrizione di dover vivere in baracche di cinque metri per cinque condividendo spazi già angusti con altri compagni. Turni massacranti uniti a disperazione e mancanza di alternative. Sopratutto se sei un immigrato clandestino, facilmente ricattabile.

“Ciò che è stato scoperto poche ore fa nella Marsica – evidenzia l’esponente di Sinistra Italiana – è solamente la punta dell’iceberg. Oramai il fenomeno del caporalato è diventato a livello nazionale una vera e propria piaga sociale e purtroppo l’Abruzzo non è da meno. Soprattutto nel Fucino sono numerosissimi gli immigrati non in regola con il permesso di soggiorno i cui paesi di origine sono prevalentemente l’Albania, il Marocco e la Romania. Il tasso di sfruttamento – prosegue Bracco – ha raggiunto proporzioni di tipo schiavistico: ai lavoratori, la cui paga è già da fame, i caporali italiani corrispondono solamente il 30 per cento di quanto pattuito: un vero e proprio ricatto verso il quale gli immigrati non possono opporsi in quanto, se lo facessero, si concretizzerebbe il rischio di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno”.

“Sempre nel Fucino sono migliaia – sottolinea il Consigliere – i braccianti che rischiano di entrare nel tunnel dello sfruttamento. Non dimentichiamoci poi un altro elemento di estrema rilevanza: lo stesso Fucino, a livello di colture e di relative procedure a esse connesse, non può non essere collegato all’Agro Pontino e al Casertano, realtà geografiche nelle quali sia la Camorra che i Casalesi hanno già dimostrato di avere molteplici interessi”.

“Il Fucino medesimo – rimarca Bracco – ha un’estensione territoriale di circa 150 chilometri quadrati, pari a oltre le superfici di Pescara, Chieti e Montesilvano messe insieme. Dico ciò per far comprendere che il fenomeno del caporalato in quella zona della Marsica ha ormai raggiunto livelli di gravità verso i quali l’esecutivo regionale guidato da Luciano D’Alfonso ha il dovere di dare risposte precise, nette ma soprattutto efficaci nel più breve tempo possibile tramite provvedimenti legislativi ad hoc. E’ totalmente inaccettabile – conclude Leandro Bracco – che a poche decine di chilometri dai capoluoghi di provincia abruzzesi si verifichino scene degne della schiavitù che prevalentemente nella parte meridionale degli Stati Uniti si concretizzarono nella prima metà del 19 secolo”.