TERAMO – In attesa del prossimo 30 maggio, data in cui è fissata la sentenza della Corte di Cassazione che dovrà decidere sul destino della canapa legale, la sorte degli oltre 2 mila canapa shop in Italia sembra essere messa a dura prova più dagli scarsi incassi che dalle direttive inviate ai prefetti per l’inasprimento dei controlli, un tema che il ministro degli Interni Matteo Salvini ha portato alla ribalta proprio in questi giorni.

Intanto, nell’ultimo periodo, anche in Abruzzo sono cresciuti i punti vendita dove è possibile acquistare cannabis light ovvero quelle sostanze che rispettano per legge il tetto fissato per la dose di Thc (il principio attivo che crea l’effetto psicotropo) che si attesta sullo 0,6%. 

“Ci tengono d’occhio con una certa fermezza; dalla questura ci hanno fatto capire che siamo sotto stretto controllo. Ma oltre al clima di vigilanza ferrea se gli incassi restano questi non ci resta che chiudere”, spiega a Il Messaggero Luigi Mohammed Gianfelice, padre aquilano, madre tanzaniana, proprietario del negozio Jà Jà Joint in via Capuani a Teramo che racconta di incassi di 50 o al massimo 100 euro al giorno.

C’è poi la questione del pregiudizio: “L’altro giorno una vecchietta si è affacciata al mio negozio dicendomi in tono ammonitore: ‘So cosa vendi’. E se a tutto ciò si somma anche gli incassi molto scarni la prospettiva è confinata a qualche mese di vita”.

Ovviamente sono i giovani a varcare la soglia dei punti vendita. “Pensavo che l’attività potesse rendere di più”, spiega Gianfelice tanto che, oltre al suo core business, fatto anche di pasta pugliese, farina, cosmetici, birra, olii e tanto altro, tutti a base di canapa, ha innestato altri prodotti per attrarre di più la clientela, come quelli americani. 

Sono 2.087 in Italia i punti vendita di cannabis light aderenti all’Aical e il fatturato è di 6,5 milioni con una superficie coltivata di 58,5 ettari. Dati molto diversi da quelli forniti da Coldiretti, per la quale i terreni coltivati nelle campagne sono saliti dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 del 2018.

“Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) – dichiarava l’associazione di categoria nel suo parere al Consiglio Superiore di Sanità – si stima un giro d’affari potenziale di oltre 40 milioni”. 

Un business (potenziale) da 400 milioni se allargato ai prodotti contenenti Cbd come oli, creme e altri generi alimentari e cosmetici.