CHIETI – Il processo della mega-discarica dei veleni di Bussi non può essere celebrato in Abruzzo, troppo coinvolto emotivamente.
È questa l’argomentazione con cui i legali dei 19 imputati, tutti ex-amministratori della Montedison, accusati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale doloso, cercheranno oggi di ottenere dalla Suprema Corte di Cassazione di Roma lo spostamento del processo in un’altra regione, sottrandolo alla Corte di Assise di Chieti.
Si rischia così un altro stop, che renderebbe più concreto il rischio di prescrizione del processo, dopo quello verificatosi ad aprile, quando la Corte di Appello dell’Aquila ha accolto l’istanza di ricusazione del giudice Geremia Spinello, a seguito di un’intervista televisiva durante la quale aveva dichiarato che la Corte avrebbe “reso giustizia al territorio”. Parole interpretate come un’anticipazione della sentenza, una “prova” della sua non imparzialità come giudice.
Secondo “Bussiciriguarda”, coordinamento di associazioni che si sono costituite parte civile al processo, un eventuale spostamento del processo sarebbe una “jattura”, perché forte sarebbe a questo punto il rischio di prescrizione.
La portavoce del coordinamento Edwige Ricci spiega ad Abruzzoweb che “nel caso si stabilisse che le sedi abruzzesi sono troppo ‘antipatizzanti’ e si dovesse, quindi, ricominciare daccapo, è evidente che la prescrizione attende solo di essere colta e che giustizia non s’ha da fare. Ci auguriamo che la Corte suprema sia illuminata nella sua sentenza, e ricordi il fatto che neanche il processo contro la Commissione Grandi rischi, celebrato all’Aquila nel post terremoto, fu spostato in altra sede per clima ostile”.
Sulla stessa linea si sono già espressi i legali di altre parti civili, tra cui l’Avvocatura dello Stato per il Ministero dell’Ambiente, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Commissario delegato, la Regione Abruzzo, vari Comuni della Val Pescara:
“È evidente – hanno spiegato in una nota congiunta – che la difesa sta provando a fuggire dal processo, ben consapevole della forza dell’accusa e dell’inconsistenza, anche dal punto di vista scientifico, dei propri argomenti difensivi. Non potendo negare l’evidenza dei gravissimi fatti loro contestati, le difese Edison cercano di sfuggire al giudizio”
E ricordano: “Per arrivare al dibattimento ci sono voluti quasi cinque anni, nel corso dei quali si sono viste denunce poi rivelatesi false, pressioni non sempre debite, continue condotte processuali palesemente dilatorie. Senza contare episodi rimasti misteriosi come il gravissimo scambio di piezometri a valle ed a monte della mega-discarica sul quale la difese degli imputati non hanno mai, circostanza questa davvero singolare, speso una parola.
Non da ultimo osserviamo che i motivi posti a base della richiesta di rimessione del processo sono del tutto pretestuosi e passano attraverso l’inaccettabile equivalenza tra la rilevanza mediatica del processo, legata invero alla sua importanza finalmente valorizzata dalla stampa, e la presunta non neutralità dell’ambiente in cui esso si svolge e dunque dei giudici, anche popolari, chiamati a pronunciarsi. Abbiamo fiducia nel fatto che la Corte di Cassazione respingerla questo ennesimo tentativo di fuga dal processo da parte di Edison”.
LA MONTAGNA DI VELENI PIU’ GRANDE D’EUROPA
La mega-discarica fu scoperta nella primavera del 2007, dal Comando Provinciale di Pescara del Corpo forestale dello Stato, guidato dell’allora comandante Guido Conti.
Una montagna di veleni da 200 mila tonnellate e 250 mila metri cubi, in località Tre Monti, a pochi metri dallo stabilimento chimico dove per decenni la Montedison ha prodotto additivi, solventi, detergenti, dando lavoro a migliaia di abruzzesi. Sulle sponde del fiume Pescara, vicino alle sorgenti che offrono acqua potabile per circa 450 mila persone e 600 mila in estate.
Una discarica di rifiuti tossici pericolosissima, la più grande d’Europa, nel cuore dell’Abruzzo, contenente cloroformio, tetracloruro di carbonio, l’esacloroetano, il tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti. Secondo l’accusa accumulata illegalmente dalla Montedison, che cominciò a stoccare i materiali nel 1971 in quello che doveva essere un sito provvisorio. Con amministratori e comunità locali a dir poco distratte. L’ Ispra, per conto dell’Avvocatura dello Stato, ha stimato un danno ambientale di 8,5 miliardi di euro.
Dopo sette anni la bonifica effettiva, per mancanza di fondi, è ancora da fare, ovvero non si è proceduto a isolare tutti i veleni dall’ambiente circostante con una messa in sicurezza effettiva, con l’analisi metro per metro del sito inquinato, la mapatura di tutte le sostanze pericolose presenti e l’elaborazione di un piano di rimozione definitiva dei veleni, con i relativi trattamenti di disinquinamento, una esatta quantificazione economica e una tempistica certa.
Ad oggi, il commissario straordinario del fiume Aterno-Pescara, Adriano Goio ha collocato sopra la massa inquinante un telo di contenimento, il cosiddetto “capping”. Intervento contestato da ambientalisti e comitati cittadini, in quanto viene osservato, la discarica è ancora oggi in ammollo nelle acque profonde di un fiume che attraversa poi tutta la val Pescara, fino al mare.
A tal proposito “Bussiciriguarda” si appella al presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, e agli amministratori locali contro la gestione ritenuta finora fallimentare dell’emergenza ambientale.
“Chiediamo al nuovo governatore e ai nuovi e vecchi sindaci della nostra valle, Pescara, Spoltore, S.Giovanni Teatino, Chieti, Rosciano, Scafa, Alanno, Tocco da Casauria, Tosse de’Passeri, Castiglione, di pretendere analisi terze e indipendenti per conoscere lo stato delle acque contaminate dalla discarica Tre Monti, apparentemente ancora in mano alle competenze di Goio, al contrario delle altre aree inquinate che sono, regolarmente, controllate dal Ministero dell’Ambiente”.



