L’AQUILA – “È vero, un processo così credo non abbia precedenti in Italia. Non è un ‘normale’ processo a un’industria chimica. Qui ci sono elementi in più, di grande importanza: ci sono discariche abusive ‘scoperte’ dalle autorità e tenute nascoste, discariche abusive di dimensioni enormi, mai chiuse (nel senso tecnico e giuridico); terreni dove tutt’ora, anno 2017, vi sono seppellite tonnellate di rifiuti. Si conosce chi li ha seppelliti, si ha ben presente, numeri alla mano, la dimensione del disastro ambientale. Ma questo medesimo soggetto fugge dall’agone giudiziario, lascia gli imputati come ‘ostaggi’, secondo la visione di questi che ci è stata descritta proprio dai loro difensori”.
È uno dei passaggi della replica dell’avvocato dello stato Cristina Gerardis, direttore generale della Regione Abruzzo, nel processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison.
La Gerardis, già molto dura nell’intervento nelle passate settimane, punta il dito contro la proprietà Montedison che poi ha veduto ad Edison, criticando fortemente l’impostazione delle difese dei 19 imputati.
“Qui ci sono elementi in più, di grande importanza: ci sono discariche abusive ‘scoperte’ dalle autorità e tenute nascoste, discariche abusive di dimensioni enormi, mai chiuse (nel senso tecnico e giuridico); terreni dove tutt’ora, anno 2017, vi sono seppellite tonnellate di rifiuti. Si conosce chi li ha seppelliti, si ha ben presente, numeri alla mano, la dimensione del disastro ambientale. Si dispone di una analisi di rischio nonché di una articolatissima relazione tecnica dell’ISS – continua nella replica – Si è pienamente consapevoli che il medesimo soggetto, persona giuridica, cui sono riconducibili gli imputati ha ritenuto proprio in limine con il momento di sbarazzarsi dello stabilimento di edulcorare con falsificazioni la condizione di inquinamento dell’area, addirittura escludendo la necessità di argini alla fuoriuscita dei contaminanti dal perimetro industriale”.
In riferimento agli imputati, secondo le Gerardis, “si tratta di ‘ostaggi’ in buone mani certo, perché quasi nessuno in Italia può permettersi avvocati così, di questo rango: gli imputati fanno da schermo umano alla multinazionale, sparita grazie al giudizio abbreviato, immediatamente dopo la citazione del responsabile civile notificata da questa difesa. Servono per frammentare i fatti: ognuno faceva il suo pezzettino innocente di attività, senza collegamenti, senza passaggi di consegne, senza direttive, senza strategie. L’assenza dell’azienda nel processo facilita questa frammentazione. La stessa azienda che rimborsa a fatica alla struttura commissariale ben pochi soldi (rispetto a quelli che sarebbero e saranno necessari per la bonifica ed il risanamento ambientale) per alcune misure di Mise della Tre Monti. È anche difficile in prima battuta individuarlo, il proprietario. Serve la Guardia di Finanza. E pensate: in sede di conferenza di servizi quello stesso proprietario si qualifica come ‘incolpevole’ – conclude la Gerardis – Queste solo alcune delle ‘anormalità’ del processo di Bussi”.
“DEPRIMENTE DIRE CHE NEL ‘70 NON C’ERA IL CONCETTO DI AMBIENTE”
“Ho ascoltato uno degli esponenti più importanti della dottrina penalistica del nostro Paese dire che nel periodo che viene in rilievo in questo processo, in quello più risalente, degli anni Settanta ed Ottanta, il concetto di ambiente era addirittura sconosciuto al mondo del diritto; non solo non vi era quella che molti difensori hanno chiamato ‘coscienza ambientale’ ma nemmeno si poteva ricondurre alla carta costituzionale una forma di tutela coniugata a quella della salute dell’uomo. Avete notato con quale insistenza si sia declinato questo, invero deprimente, concetto?”.
Così l’avvocatura dello stato Cristina Gerardis, direttore generale della Regione Abruzzo, nella replica del processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison.
“Quasi che, prendendo atto di tale carenza prima culturale che giuridica, si possa mettere una pietra sopra su tutti i fatti italiani di inquinamento storico. E lo si possa fare in piena serenità – continua – Molti autorevoli contraddittori hanno ripetuto, già detto in primo grado, l’illuminante paragone degli anni in cui si circolava senza casco e senza cinture. Hanno sostanzialmente irriso la ricostruzione normativa di questa difesa; mi hanno rappresentato come una matricola di giurisprudenza che si applica, testardamente, ma non arriva a capire, sbaglia grossolanamente, nonostante l’impegno. Io invece, signori giudici, insisto nel rimandare al mittente siffatta affermazione, tesa a coprire con un ombrellone di impunità ogni condotta offensiva dell’ambiente di quasi tutto il secolo scorso. E già, perché questo è l’effetto immediato: quello che è accaduto si poteva fare, lo facevano tutti, e ora, che le multinazionali si sono rifatte il maquillage, vogliamo forse condannare dei capri espiatori? Dei malcapitati anziani che, pur essendo ai vertici di una delle più importanti industrie italiane, non avevano coscienza di ciò che maneggiavano e dei possibili rischi connessi alla loro attività?”, conclude.
LA SENTENZA IL PROSSIMO 17 FEBBRAIO
Il giorno della sentenza del processo in Corte d’Assise d’Appello all’Aquila sulla cosiddetta mega discarica dei veleni di Bussi (Pescara) della Montedison, è stata fissata il prossimo 17 febbraio.
Lo ha stabilito il presidente del consiglio del collegio, Luigi Catelli, al termine dell’udienza di oggi.
Il calendario slittato per via della neve e del maltempo, prevede un altro appuntamento per il prossimo 7 febbraio, quando sono in programma le repliche delle difese.
Poi, il 17 febbraio, dopo un piccolo spazio dedicato ad ulteriori repliche, qualora se ne fosse bisogno, i giudici si riuniranno in camera di Consiglio.
“È una scelta di campo considerare la falda l’oggetto giuridico del reato di avvele4namento delle acque destinate al consumo umano”, ha sottolineato il procuratore generale Romolo Como nella sua breve replica.
Alla sbarra 19 imputati accusati di avvelenamento e disastro ambientale. A questa fase del procedimento all’Aquila si è arrivati dopo il pronunciamento dello scorso marzo della Cassazione che ha convertito in appello tutti i ricorsi presentati “per saltum” alla Suprema Corte.
In Corte d’Assise a Chieti, il 19 dicembre 2014, 19 imputati erano stati assolti dall’accusa di aver avvelenato le falde acquifere mentre il reato di disastro ambientale è stato derubricato in colposo e, quindi, prescritto.
L’indagine della procura di Pescara sulla mega discarica dei veleni prese il via nel 2007 con la scoperta da parte del Corpo Forestale di circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose in un’area di 4 ettari nei pressi del polo chimico di Bussi.
L’esito della sentenza di primo grado ha provocato alcune inchieste giornalistiche che hanno prodotto indagini da parte della procura di Campobasso nei confronti del giudice Camillo Romandini, presidente del Collegio in Assise, per presunte pressioni sui giudici popolari.
A seguito dell’indagine, il ministero della Giustizia ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del giudice, mentre la procura generale della Cassazione sta svolgendo le indagini del caso.





