L’AQUILA – Famiglie sempre più preoccupate per l’incremento degli stipendi delle badanti, figure ormai insostituibili in un Paese che invecchia come l’Italia, e in Abruzzo, in particolare, dove nelle scorse settimane è stato lanciato un allarme anche dalla sanità pubblica: un anziano su tre resta ricoverato in ospedale per più di una settimana oltre il dovuto perché in casa nessuno può assisterlo.
Con l’aumento dell’inflazione, che dal gennaio 2023 ha fatto scattare un incremento del 9,2% dei minimi retributivi delle badanti, il costo per la gestione degli anziani e dei non autosufficienti rischia di diventare insostenibile.
Così la pensano quasi 6 famiglie datrici di lavoro domestico su 10. Il 59% delle famiglie associate ad Assindatcolf, a cui è stato somministrato un questionario tra il mese di dicembre 2022 e il gennaio 2023, ha dichiarato insostenibile o solo parzialmente sostenibile la spesa per la badante che può arrivare ben oltre i 2mila euro al mese in base al tipo di assistenza.
A motivare l’insostenibilità della spesa per le prestazioni di una badante vi sono ragioni che rimandano soprattutto al crescente bisogno di assistenza, da una parte, e all’indisponibilità futura di risorse avendo già usufruito dei propri risparmi per mantenere il livello di assistenza attuale e necessario, dall’altra.
Un problema particolarmente avvertito in Abruzzo, una delle regioni più longeve, che conta centinaia di ultracentenari, e dove il numero delle pensioni erogate ha già superato gli stipendi, con 517mila pensioni erogate e 484mila occupati, secondo i dati elaborati dalla Cgia.
Da un’indagine Fadoi, la la Federazione dei medici internisti ospedalieri, anche a seguito di eventuali ricoveri, il fenomeno spesso ricade indebitamente sulla sanità pubblica a causa delle carenze del sistema di assistenza sociale, ma anche dei servizi territoriali sanitari poco attrezzati alla presa in carico dei pazienti.
All’origine, rileva lo studio, c’è nell’87,5% dei casi il fatto che gli anziani abruzzesi non hanno nessun familiare o badante in grado di assisterli in casa, mentre per il 6,2% non c’è possibilità di entrare in una Rsa.
Per molte famiglie che vorrebbero assistere i loro cari a casa, con l’aiuto di personale qualificato o badanti, il percorso è comunque difficilmente sostenibile.
Molte le criticità emerse dallo studio “Il lavoro domestico. Una risorsa per il nuovo welfare” realizzato dal Censis per Assindatcolf, l’Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico. Il paper è il primo capitolo del Rapporto 2023 Family (Net)Work-Laboratorio su casa, famiglia e lavoro domestico, il nuovo progetto editoriale promosso da Assindatcolf con la partnership di Censis, Effe (European Federation for Family Employment & Home Care), Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e Centro Studi e Ricerche Idos.
Nella scala di priorità degli strumenti più urgenti da adottare nell’ambito della tutela della non autosufficienza, le famiglie posizionano al primo posto la previsione di incentivi all’assunzione per ridurre il costo che si deve sostenere per la badante. Segue, al secondo posto, la promozione di interventi di sanità preventiva presso il domicilio delle persone anziane. Al terzo posto, il miglioramento dell’invecchiamento attivo, con la predisposizione di accessi facilitati ai servizi sanitari e sociali.
Interpellate sui nuovi strumenti di tutela previsti nel disegno di legge delega in favore delle persone anziane, 8 famiglie su 10 (l’82,9%) ha dichiarato di preferire una prestazione universale in denaro commisurata all’effettivo fabbisogno assistenziale, con la previsione di una maggiorazione in presenza di personale domestico regolarmente assunto, rispetto all’importo dell’attuale indennità di accompagnamento senza vincoli di utilizzo, scelto solo dal 17,1% degli intervistati.
Oltre allo stato d’animo delle famiglie nell’attuale congiuntura, lo studio affronta anche questioni di portata più generale, come l’invecchiamento della popolazione e le prestazioni irregolari nel lavoro domestico.
In Italia l’età media passerà dagli attuali 45,9 anni a 49,6 anni nel 2040, fino a superare i 50 anni dopo il 2050. Sono poco più di 14 milioni le persone con almeno 65 anni e circa 3 milioni le persone con gravi limitazioni nelle attività svolte abitualmente. Nella logica di un generale riassetto del welfare rispetto ai cambiamenti demografici non può rimanere escluso l’annoso problema del lavoro domestico irregolare che, secondo lo studio, nell’anno 2020 ha registrato un tasso di irregolarità pari al 52,3% per gli occupati e del 54,0% se si prendono in considerazione le posizioni lavorative.
“Alla soluzione di queste criticità si confida possano, almeno in parte, rispondere alcuni provvedimenti presi di recente come il Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso, il Family Act ma, soprattutto, il disegno di legge delega in materia di politiche in favore delle persone anziane, attualmente all’esame del Parlamento”, ha detto Andrea Zini, presidente di Assindatcolf.
“Il nostro auspicio è che nella stesura definitiva della legge, e successivamente nell’adozione dei decreti delegati, possano essere recepite le indicazioni che arrivano direttamente dalle famiglie, oramai consapevoli di come la gestione della non autosufficienza non possa più essere affidata a soluzioni precarie, provvisorie o fai da te. Al contrario, servono aiuti concreti che rendano sostenibile la spesa e, allo stesso tempo, facciano emergere il lavoro irregolare”.
COSTI BADANTI
Il calcolo, elaborato da Assindatcolf, fa emergere una situazione insostenibile per le famiglie, per le quali è prevista attualmente una possibilità di detrazione e deduzione del tutto irrisoria, a fronte di costi molto elevati
Potersi permettere una badante è un lusso non da tutti. Avere chi assiste in casa, in maniera professionale e continuativa una persona non autosufficiente, comporta una spesa che può arrivare fino ai 2.641,61 euro al mese.
Il calcolo emerge da uno studio elaborato da Assindatcolf, Associazione Nazionale dei Datori di Lavoro Domestico, presentato in occasione del recente evento “Nuove prospettive per la non autosufficienza: tra raccomandazioni dell’EU Care Strategy e la riforma del Disegno di Legge Delega italiano”, che si è tenuto a Roma in questi giorni.
QUANTO COSTA UNA BADANTE AL MESE
Quella calcolata di 2.641,61 euro è una cifra-limite (all’anno si tratta di 29.783,14 euro), che comprende la regolare assunzione di una lavoratrice a tempo pieno in regime di convivenza ma anche quello di una sostituta, necessaria per coprire i giorni e le ore di riposo previsti obbligatoriamente dal CCNL. Ma i costi non si discostano di molto per chi ricorre a questa figura professionale anche senza bisogno di una continuità di copertura.
Nel dettaglio, Assindatcolf fa il calcolo a carico delle famiglie ipotizzando casistiche che prevedano presenza di badante convivente, non convivente e della sostituta:
– BADANTE CONVIVENTE A TEMPO PIENO (54 ore/settimana)
Il costo di una badante convivente assunta a tempo pieno (54 ore settimanali) inquadrata a livello Cs (per persona non autosufficiente) ammonta mensilmente a 1.516,98 euro (17.117,46 l’anno). La cifra è comprensiva della retribuzione della badante ma anche il rateo della tredicesima, del Tfr e delle ferie e i contributi trimestrali Inps e Cassacolf.
– BADANTE NON CONVIVENTE (40 ore/settimana)
Ancora più alto il costo per l’assunzione di una badante non convivente che copra un lungo orario: per averne una 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana (40 ore settimanali) si spendono al mese 1.695,71 euro (19.112,65 l’anno).
– BADANTE IN SOSTITUZIONE (per assistenza h24, tutta la settimana)
Se, come avviene in molti casi, l’esigenza è quella di avere un’assistenza continua (7 giorni su 7), oltre alla lavoratrice convivente dovrà essere assunta una badante in sostituzione: le formule più richieste sono quelle per ore 15 settimanali (necessarie a coprire la mezza giornata di riposo e la domenica cui ha diritto la lavoratrice titolare), o per 25 ore settimanali (che oltre alla mezza giornata e alla domenica coprano anche le due ore giornaliere di riposo). Nel primo caso il costo netto mensile della sostituta è pari a 704,03 euro (7.950,41 l’anno); nel secondo si arriva a 1.124,63 euro mensili (12.665,68 annui).
Sommando, quindi, i costi della badante titolare a tempo pieno e quelli della sostituta, nella migliore delle ipotesi la famiglia può arrivare a spendere mensilmente 2.221,01 euro, che all’anno diventano 25.067,87 euro (sostituto per 15 ore) o, nella peggiore (sostituto 25 ore) di ben 2.641,61 euro al mese, che diventano 29.783,14 euro all’anno.






