L’AQUILA – Otto anni di contezioso giudiziario, tra un cittadino che chiedeva il risarcimento danni dopo che la sua auto è andata distrutta scontrandosi con un cinghiale, e la Regione Abruzzo, che pur di non pagare appena 3.500 euro, è arrivata in Cassazione.

Con il risultato che perdendo anche davanti ai giudici di terzo grado, con sentenza definitiva depositata il 31 marzo scorso, dovrà pagare ora 11.600 euro di soldi dei cittadini, tra risarcimento e 8.100 euro di spese legali.

E l’incredibile vicenda che avuto origine da un incidente nel marzo 2013, allorché il cittadino di Piero Gianiorio di Navelli ha centrato un cinghiale lungo la statale 153 all’altezza del rettilineo di Capestrano, distruggendo la sua automobile Fiat Panda, per fortuna senza conseguenze fisiche.

Assistito dall’avvocato Massimo Costantini del foro dell’Aquila, ci ha messo però sette lunghi anni per avere quello che gli spettava, vincendo prima davanti al giudice di Pace, poi davanti al Tribunale dell’Aquila e infine in Cassazione.

Questo a causa della caparbietà dell’Avvocatura regionale, che ha appellato le sentenze di primo e secondo grado sostenendo, a torto, che la responsabilità dovesse essere in capo alla Provincia dell’Aquila, in base alle leggi regionali 10 e 21 del 2004 e alla legge 33 del 2005, che avevano trasferito le deleghe.

L’unico risultato è stato però quello di far lievitare le spese legali, da riconoscere non solo al signor Gianiorio, ma anche all’avvocatura della Provincia.

Vicende del genere non si dovrebbero però più verificare: la Regione,  su iniziativa del vicepresidente di Giunta, il leghista Emanuele Imprudente, con delega all’Ambiente, ha stipulato un anno fa una assicurazione privata con la Lloyd, che da allora si fa carico dei danni subiti dai cittadini dalla fauna selvatica, evitando così nuovi e costosi contenziosi.

“Questa estenuante vicenda giudiziaria – commenta l’avvocato Costantini – ha sancito in maniera definitiva la validità del principio secondo il quale per i danni da fauna selvatica l’obbligo del risarcimento è in capo alla Regione, ‘proprietario’ dell’animale selvatico. Auspico che la sussistenza di un contratto assicurativo pagato con fondi pubblici, possa d’ora in avanti evitare all’ente regionale, in presenza di una giurisprudenza oramai consolidata, l’ulteriore esborso di soldi dei cittadini per cause dall’esito scontato”.

Ripercorriamo dunque i passaggi salienti del lungo contezioso giudiziario.

Il signor Gianiorio, nel 2013 ha fatto causa alla Regione presso il giudice di pace, per ottenere il risarcimento del danno. La Regione ha però deciso di chiamare in “garanzia”, la Provincia dell’Aquila, sostenendo che l’obbligo di custodia della fauna selvatica era in suo capo.

La partita è divenuta dunque da subito a tre, con la Provincia assistita dal legale dell’Avvocatura provinciale Stefania Tempesta, figlia dell’ex sindaco dell’Aquila e noto avvocato, Biagio Tempesta.

Il giudice di Pace Sonia Lustri, nell’agosto 2016 ha dato ragione a Gianiorio, e ha condannato la Regione a pagare un risarcimento del danno quantificato in 3mila euro, più spese legali.

L’Avvocatura regionale ha fatto però appello, insistendo sulla responsabilità della Provincia.

Ma il Tribunale dell’Aquila, con giudice unico il presidente Ciro Riviezzo, nel febbraio 2018 ha respinto l’appello sostenendo che la Regione è responsabile del danno in quanto “proprietaria” dell’animale, in base all’articolo 1 della legge 157 del 1992, che norma la protezione della fauna selvatica.

E’ stato poi sottolineato nella sentenza che se è vero che la Regione ha approvato leggi nel 2004 e 2005 finalizzate a trasferire la delega della gestione della fauna selvatica alle Province, è altrettanto vero che allo stato attuale le Province non hanno “adeguati poteri e provviste per far fronte a tali situazioni”. Ovvero è una delega solo sulla carta, che non può trovare dispiegamento concreto.

Ad ogni buon conto la  Regione non ha desistito e ha fatto ricorso in Cassazione, che con sentenza depositata il 31 marzo scorso, ha ancora una volta respinto il ricorso, questa volta in maniera definitiva.

Condannando la Regione, oltre che a pagare i famosi 3.500 euro, anche le spese legali relative a tutti e tre i gradi di giudizio.  Non solo quelle sostenute da Gianiorio, di circa 4.300 euro. Ma anche quelle della dovuta alla provincia Provincia dell’Aquila, di circa 2.800 euro, più circa 1.000 euro di contributi unificati per i gradi di giudizio.