L’AQUILA – “Con una semplice manutenzione, ingrandendo la sezione, l’Aterno sarebbe a posto, mentre le vasche di laminazione avrebbero sciupato i terreni occupati e non avrebbero assolutamente rispettato l’idraulica”.

Anche l’ingegner Bruno Martella, 84 anni, uno dei padri fondatori del sistema idrico abruzzese moderno, con esperienze in tutta Italia e perfino in Tanzania all’estero, boccia il progetto di messa in sicurezza dell’Aterno da 60 milioni di euro cassato dal Tribunale superiore delle Acque pubbliche.

Un giudizio contro il quale il commissario delegato per la messa in sicurezza, Adriano Goio, ha annunciato il ricorso in Cassazione.

“L’Aterno non è un fiume!”, spiega invece Martella, per 40 anni responsabile provinciale e regionale del Sistema acquedotti e fognature (Saf) della Cassa per il mezzogiorno, che fa un paragone provocatorio con i più grandi corsi d’acqua della Terra per farlo capire: come il Rio delle Amazzani, 7 mila chilometri di lunghezza e 200 mila metri cubi al secondo di portata, o il Nilo, 6.500 chilometri e 5 mila metri cubi al secondo.

“L’Aterno è lungo 18 chilometri e per decenni ha avuto una portata con zero virgola, arrivando al massimo a 7-8 metri cubi al secondo d’acqua: siamo veramente vicini alla non-denominazione di fiume”, sottolinea.

Nel 2010 l’ingegnere ricorda che “c’è stata un’alluvione che corrispondeva alle illazioni scientifiche. In questa circostanza, lungo l’Aterno, da decenni senza manutenzione che sarebbe necessarissima, sono passati 20 milioni di metri cubi di acqua e quelle vasche ne avrebbero contenuti solo 2 milioni, avrebbero solo impantanato i siti”. (alb.or.)