L’AQUILA – Annunciata e attesa da anni, indicata puntualmente come una priorità delle priorità, anche in questa legislatura giace nelle commissioni consiliari, impantanata a causa dei dissidi interni alla maggioranza, la riforma delle Ater, i 5 enti commissariati, che gestiscono le 15 mila case popolari abruzzesi.

Due i disegni di legge predisposti, che in comune hanno la costituzione di una società unica, l’Ara, azienda regionale dell’abitare, con un cda a 5 nella proposta dell’assessore Donato di Matteo, l’Aret, azienda regionale edilizia territoriale, con un cda a 3,  nella proposta di Sara Marcozzi del Movimento 5 stelle.

Non solo, la legge 10 del 2015, proposta anch’essa da Di Matteo, che prevedeva l’alienazione di parte del patrimonio per fare cassa da investire in ristrutturazioni, nuova edilizia e per il risanamento delle Ater, promulgata in ritardo è stata impugnata dal Governo.

Dopo un anno e 5 mesi di legislatura e sul fronte delle politiche dell’edilizia residenziale pubblica abruzzese, si registra insomma un nulla di fatto: le Ater restano 5, commissariate e senza soldi, le file degli indigenti in lista di attesa di una casa popolare si ingrossano mese dopo mese.  Ad accelerare i tempi di una svolta, non contribuirà certo l’imminente rimpasto, che potrebbe vedere proprio Di Matteo costretto lasciare il suo posto da assessore, con la delega alle case popolari  che passerà di mano.  

A bloccare la legge di fusione, è ancora lo scontro mai risolto tra i consiglieri regionali della Provincia dell’Aquila, Pierpaolo Pietrucci, del partito democratico, in primis, i consiglieri  dell’area  marsicana Lorenzo Berardinetti, Pd, e Maurizio Di Nicola, Centro democratico da una parte, e i colleghi di maggioranza in particolare pescaresi e teatini dall’altra.  

I primi, affiancati anche dal sindaco del capoluogo Massimo Cialente e da buona parte della politica aquilana, vogliono far salva l’Ater dell’Aquila dalla fusione, sostenendo che essa è impegnata a gestire il complesso processo di ricostruzione post sismica del suo ingente patrimonio edilizio inagibile.  

Soggetta dunque ad una contabilità speciale fino al 2020, quando termineranno i finanziamenti ministeriali. L’inglobamento nell’Ara, sottolineano e sospettano, potrebbe comportare dunque  confusione sulle norme finanziarie differenti che regolano il bilancio ordinario, e il rischio che i soldi della ricostruzione andranno spesi per altro, ad esempio per ripianare i 7 milioni dell’Ater di Chieti,  al cui risanamento sta lavorando il commissario Antonella Gabini, dopo anni di gestioni allegre e strascichi giudiziari.

Dall’altra parte della barricata si ribatte che la preoccupazione dell’Aquila non ha ragion d’essere, visto che sarà prevista nell’Ara una sezione speciale che si occuperà della ricostruzione post-sismica che gestirà in autonomia i fondi dedicati.

E si accusa che la politica aquilana di voler usare la scusa della ricostruzione post-sismica per pretendere immotivati privilegi, sottraendosi ad una fusione che chiederà sacrifici a tutti i territori visto che il disegno di legge di Di Matteo porterà alla riduzione dei direttori da 5  a 1, dei membri del collegio dei revisori da 15 a  3, e non esclude, anche riduzioni del personale.

E ci sono anche altri punti controversi che impediscono di superare l’empasse.

Come quello dell’adeguamento dei canoni, non presente nella proposta di Di Matteo, e che invece viene affrontato nella proposta del Movimento 5 stelle, che però non molte speranza di essere approvato.

I canoni abruzzesi sono infatti tra i più bassi d’Italia, vanno dai 12 agli 80 euro mensili per appartamento. E gli incassi dei canoni, al netto dei morosi, è l’unica fonte di sostentamento delle Ater, che non hanno soldi per fare le manutenzioni e figuriamoci per costruire e acquisire nuovi appartamenti.

C’è dunque chi vorrebbe, su spinta anche degli attuali commissari  e dirigenti delle Ater, rivedere al rialzo questi canoni, o modularli in modo differente, alzandoli per chi degli inquilini ha redditi relativamente  più alti. Le resistenze in giunta e in consiglio regionale sono però molte, visto che gli oltre 40 mila assegnatari di alloggi popolari,  costituiscono un bacino elettorale molto appetibile, che nessuno si sente di inimicarsi.

Passi avanti, l’indomito Di Matteo, aveva dunque pensato bene di  farli, facendo approvare la legge 10 promulgata il 21 maggio scorso, che prevede  la messa sul mercato delle case popolari, fissando i prezzi di vendita a circa 30 mila euro ad appartamento, dando diritto di precedenza dell’acquisto a chi ci abita.  E con successivi aggiustamenti, prevedendo anche la “mobilità forzosa”, nel caso l’assegnatario del palazzo da mettere sul mercato,  inevitabilmente in “blocco”, non voglia acquistare, o “rifiuti due o più proposte di mobilità verso unità abitative di dimensioni, caratteristiche e zone idonee alla composizione soddisfacente del nucleo familiare”.

Peccato però che la promulgazione della legge, con grande rabbia di Di Matteo, che aveva implorato di fare presto, è arrivata 24 ore di ritardo, rispetto  alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto del governo Renzi del 20 maggio. E così il governo non ha potuto far altro che impugnare la legge, in quanto nella nuova norma nazionale , gli incassi  derivanti dalle alienazioni devono essere versati in un fondo nazionale,  per un programma di edilizia residenziale pubblica e di manutenzione straordinaria su  scala nazionale, gestito a livello centrale, e in nessun caso possono essere usati per ripianare i debiti delle aziende regionali.

Entro l’anno si pronuncerà la Corte costituzionale. Ma per la Regione Abruzzo ci sono ben poche speranze, e la legge sarà per forza di cose ritirata.

La sua breve e sfortunata esistenza è servita solo a creare veementi proteste in mezzo Abruzzo da parte degli inquilini, in particolare, quelli anziani, che di lasciare  la loro abitazione da mettere in vendita non ci pensavano nemmeno,  e già si preparavano a raffiche di ricorsi al Tribunale amministrativo regionale.

Tenuto anche conto che le Ater avrebbero avuto comunque forti difficoltà nel trovare per questi inquilini oggetto di mobilità forzosa, un altro appartamento libero, non solo nello esso quartiere, ma nella sessa città. Ora però la legge è congelata, e possono dormire sonni tranquilli.