PESCARA – Risultavano a lavoro, ma erano impegnati in altre attività, eludendo i controlli “grazie a timbrature fittizie, false attestazioni o certificazioni”: quattro dipendenti della Asl di Pescara, sono stati citati in giudizio dal vice procuratore generale Roberto Leoni, magistrato della Procura regionale della corte dei conti e dovranno comparire il 22 maggio prossimo, davanti alla sezione giurisdizionale regionale della Corte dei Conti per l’Abruzzo, con sede all’Aquila.

I quattro “furbetti del cartellino” già licenziati dall’azienda sanitaria sono Francesco D’Onofrio, Domenico Romagnoli, Anna Buzzelli e Lucio Rosati (quest’ultimo già condannato in sede penale in due occasioni a 6 mesi e a 2 anni e 2 mesi di reclusione).

La magistratura contabile contesta il risarcimento complessivo di oltre 41 mila euro, per retribuzione percepita non dovuta, per danno d’immagine e al prestigio dell’amministrazione, oltre alle spese del giudizio in favore dello Stato.

L’assenteismo si conferma una delle più grandi piaghe del sistema italiano, nonostante il prolificarsi di norme in merito. L’Abruzzo non sfugge al fenomeno: tra i casi più eclatanti quello, recente, che ha investito il Comune di Sulmona (L’Aquila), chiusa, a gennaio 2018, con la citazione a giudizio di 18 “furbetti”.

Tornando al caso pescarese, il danno erariale stimato per i danni all’Azienda sanitaria locale per D’Onofrio ammonta a 10 mila 489, 93 euro; per la Buzzelli a 10 mila 205,32 euro; per Rosati ammonta a 10 mila 848,96 euro, più la reclusione, mentre per Romagnoli, che ha provveduto spontaneamente a restituire la somma percepita non dovuta, il danno è riferibile solo all’immagine della Asl, per 10 mila euro.

LA VICENDA

“Dalle notizie pubblicate sulla stampa locale, tra settembre e novembre del 2013, sono stati resi pubblici gravi casi di assenteismo alla Asl di Pescara e dei conseguenti provvedimenti disciplinari, assunti dall’Azienda sanitaria locale nei confronti dei dipendenti”, si legge nell’atto di citazione in giudizio.

Nello specifico, con comunicazione del 30 settembre 2015, la Asl ha comunicato il licenziamento dei “furbetti” e di aver disposto il recupero stipendiale delle carenze orarie di Romagnoli e Rosati.

Per D’Onofrio sono 8 le giornate con timbrature, ritenute irregolari: 19 giugno, 1-2-5-23-28-29 e 30 agosto, riferite all’anno 2013. In particolare l’uomo avrebbe attestato, tramite false dichiarazioni, la propria presenza sul posto di lavoro, inoltre, nel provvedimento di licenziamento senza preavviso, dell’allora direttore generale della Asl, si legge: “le autocertificazioni per omessa timbratura, nonché le autorizzazioni al prolungamento di orario, prodotte da D’Onofrio e avallate dal superiore gerarchico, nel periodo oggetto di controllo da parte della polizia giudiziaria, attraverso le attività di osservazione, coincidono con sospensioni di fatto dell’attività lavorativa”, per un totale di 30 ore e 10 minuti.

Il Tribunale di Pescara, nell’aprile 2016, ha respinto, peraltro, il ricorso con ordinanza del Giudice del lavoro datata 27 aprile 2015, dell’ex dipendente, “con la quale era stata rigettata l’impugnativa di licenziamento proposta dallo stesso”. In quella stessa occasione il Tribunale ha evidenziato come, nel corso dell’indagine giudiziaria, il cellulare di D’Onofrio ha agganciato, per 35 volte, ponti ripetitori diversi da quello del luogo di lavoro.

Quanto alla Buzzelli, la Asl ha adottato due differenti provvedimenti di licenziamento: uno relativo al periodo tra dicembre 2013 e febbraio 2014, con 52 date irregolari e un altro per l’arco temporale tra agosto 2011 e novembre 2013, “per altri 355 episodi, di analogo contenuto rispetto a quelli contestati nel primo atto espulsivo”. Il documento fa riferimento a “una condotta unitaria, permanente e reiterata nel tempo, nonché comprovata dai cartellini marcatempo, consistita nell’elusione dei controlli datoriali, in merito al reale ed effettivo inizio della prestazione lavorativa presso la sede di assegnazione, timbrando in numerose occasioni, volontariamente, il cartellino, in una sede diversa con codice univoco 40, certificando l’inizio dell’attività in un luogo non coincidente con quello del lavoro, che veniva raggiunto solo in un secondo momento”.

Sono 6, invece, le date di irregolarità nelle attestazioni delle presenze di Romagnoli: 27 e 29 aprile, 2-3 e 4 maggio, 21 settembre del 2011. In questo caso, il pregiudizio patrimoniale, stimato per 5 mila 892,69 euro, è stato recuperato il 29 marzo 2012, a seguito del pagamento volontario dell’ex dipendente sanitario. Nel licenziamento di Romagnoli si legge che l’uomo “abbandonava il posto di lavoro, dopo aver timbrato il cartellino, per dedicarsi a disparate attività quotidiane”.

Il Tribunale di Pescara nel 2013 ha respinto il suo reclamo al Giudice del lavoro, osservando che la sua condotta “si configura oggettivamente idonea a integrare il reato di truffa e a indurre in errore l’amministrazione circa la presenza sul luogo del servizio: riconducibile tra le fattispecie che rientrano nell’ipotesi aggiuntiva di falsa attestazione mediante modalità fraudolente”.

Vicenda più complessa quella legata a Rosati, protagonista di diversi episodi di assenteismo tra il 2006 e il 2007 e tra febbraio e ottobre del 2012, per i quali è stato condannato dal Tribunale di Pescara a 6 mesi di reclusione e 180 euro di multa nel 2011, con sentenza divenuta irrevocabile il 4 febbraio 2011, e a 2 anni e 2 mesi, il 5 maggio 2016, per i reati di truffa e falso continuativi.

Due i provvedimenti di licenziamento a lui indirizzati dal direttore generale della Asl di Pescara: il primo datato 4 marzo e il secondo 18 febbraio 2013. Anche nel suo caso il Tribunale di Pescara ha respinto il ricorso.