L’AQUILA – Sebbene nel secondo trimestre si sia verificata una leggera ripresa, permane il cattivo stato di salute dell’artigianato in Italia.

Nei primi 6 mesi di quest’anno lo stock delle imprese artigiane è diminuito di 6.564 unità. Al 30 giugno scorso, il numero complessivo si è attestato a quota  1.299.549.

Ad  eccezione del Trentino Alto Adige, in tutte le altre regioni italiane il saldo del primo semestre è stato negativo. I risultati più preoccupanti si sono registrati in Emilia Romagna (-761), in Sicilia (-700) e in Veneto (-629).

A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia di Mestre.

In Abruzzo sono mille le nuove imprese nate ma allo stesso tempo 1.458 attività hanno chiuso i battenti e il saldo, anche in questo caso, è negativo e racconta di 458 imprese in meno.

L’Abruzzo così si posiziona più o meno a metà classifica. Meglio della nostra regione sono riusciti a fare ad esempio la Puglia, con 437 imprese in meno, il Lazio con “appena” 285 imprese in meno, e il Friuli, 212.

Per dare un’idea del fenomeno, basti pensare che l’Abruzzo nel 2009 contava 36.116 imprese; 30.451 nel 2017 e 29.896 nell’ultimo anno.

Una moria, quella delle aziende artigiane, che dura ormai da 10 anni. Tra il 2009 e il 2018, infatti, il numero complessivo è sceso di  quasi 165.600 unità.

“La crisi, il calo dei consumi, le tasse, la mancanza di credito e l’impennata degli affitti – spiega il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – sono le cause che hanno costretto molti artigiani a cessare l’attività”.

“Per rilanciare questo settore – osserva – è necessario, oltre ad abbassare le imposte e ad alleggerire il peso della burocrazia, rivalutare il lavoro manuale. Negli  ultimi 40 anni c’è stata una svalutazione culturale che è stata spaventosa. L’artigianato è stato dipinto come un mondo residuale, destinato al declino”.

E ancora: “Occorrono investimenti nell’orientamento scolastico e nell’alternanza tra la scuola e il lavoro, rimettendo al centro del progetto formativo gli istituti professionali che in passato sono stati determinanti nel favorire lo sviluppo economico del Paese”.

Questo anche perché, prosegue il segretario Renato Mason, “nonostante la crisi e i problemi generali che assillano l’artigianato, non sono pochi gli imprenditori di  questo  settore che segnalano la  difficoltà  nel trovare personale disposto ad avvicinarsi a questo mondo. Soprattutto al Nord, si fatica a reperire nel mercato del  lavoro giovani disposti a fare gli autisti di mezzi pesanti, i conduttori  di  macchine a  controllo  numerico, i tornitori, i fresatori, i verniciatori  e i battilamiera”.

“Senza contare che nel mondo dell’edilizia è sempre più difficile reperire carpentieri, posatori e lattonieri. Più in generale, comunque, l’artigiano di domani sarà  colui  che  vincerà  la  sfida  della  tecnologia  per  rilanciare  anche i ‘vecchi saperi’. Alla base di tutto, comunque, rimarrà il saper fare che è il vero motore della nostra eccellenza manifatturiera”.