L’AQUILA – “Le differenze di sesso e la riserva cognitiva quale fattore di rischio evolutivo verso la demenza”: è questo il titolo di una importante tesi di tipo clinico-sperimentale a firma della giovane aquilana Maria Ida Gliubich, che ha da poco concluso il corso di Laurea magistrale in Psicobiologia e Neuroscienze cognitive all’Università di Parma dopo la laurea in Scienze e tecniche psicologiche conseguita all’Università dell’Aquila.

Un tema, quello che riguarda lo studio dei fattori predittivi che possono portare alla demenza ed in particolare all’Alzheimer, che trova sempre più posto nella ricerca a livello mondiale e che ha nell’Università di Parma un fiore all’occhiello nel panorama globale. I relatori della tesi sono i professori Paolo Caffarra ed Annalisa Pelosi, mentre il dottor Riccardo Manca è il correlatore.

“Abbiamo cercato di comprendere se determinati soggetti hanno una probabilità più o meno elevata di andare incontro alla malattia di Alzheimer – spiega Maria Ida Gliubich, classe 1997, ad AbruzzoWeb.it -. Dunque, non solo la ‘questione’ demenza, ma soprattutto le ‘le traiettorie evolutive’ ed i fattori attraverso cui un soggetto, sia maschio che femmina, possa avere maggiore probabilità di svilupparla”.

Sul “tavolo”, tra gli elementi decisivi ai fini dello studio, il Mild Cognitive Impairment (MCI), ossia il deterioramento cognitivo lieve, di cui sono affetti i 506 soggetti, con un’età media di settant’anni, presi in esame, tutti facenti parte della banca dati del Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).

“Si parla di deterioramento cognitivo lieve – continua nella spiegazione Gliubich – quando si osserva nella persona un progressivo peggioramento di uno o più domini cognitivi, senza però compromettere il normale svolgimento delle attività quotidiane. Ci siamo dunque concentrati sui soggetti affetti da MCI, con una classificazione di tipo ‘amnesica’, ovviamente sia uomini che donne, valutando tre ipotesi sperimentali: in primis le differenze di sesso, cioè se genere, età ed anche grado di istruzione, possono essere considerati dei predittori accurati della conversione in demenza; poi, sono state valutate le differenze tra i due sessi in termini di prestazioni cognitive, grazie alla valutazione ottenuta sia dai test di screening per la demenza sia dai test specifici di particolari abilità cognitive, utilizzati con lo scopo di capire se esiste una differenza significativa tra maschi e femmine in termini di abilità cognitive in questa fase precoce di decadimento cognitivo; infine, quello che posso definire il ‘clou’ della tesi, che riguarda il costrutto della riserva cognitiva (Ipotesi di Stern e colleghi del 2020), che altro non è che il tentativo del nostro cervello di fronteggiare i cambiamenti cerebrali e cognitivi dovuti all’avanzare dell’età o allo sviluppo di condizioni patologiche, per cui ci siamo chiesti se è possibile che la riserva cognitiva possa essere considerata un fattore di rischio della conversione in demenza e se è possibile che vi siano differenze, tra i livelli di riserva cognitiva, nei maschi e nelle femmine del nostro campione”.

“In parole povere – va dritta al punto – la predisposizione e la capacità del nostro cervello di fronteggiare i cambiamenti dovuti, nel nostro caso dall’accumulo progressivo della patologia a livello cognitivo, può essere differente nei due sessi?”.

“Ciò che è emerso dai nostri risultati è in parte contrastante con quanto viene riportato da numerosi studi nel panorama della letteratura scientifica: le differenze tra i due sessi esisterebbero sia in termini di fattori di rischio sociodemografici, sia in termini di riserva cognitiva che di prestazioni cognitive, per cui ad esempio è più che noto che le donne abbiano un rischio maggiore di sviluppare la malattia di Alzheimer rispetto agli uomini. Al contrario, ‘nel campione preso in esame per il nostro studio, maschi e femmine avrebbero la stessa probabilità di conversione in demenza così come il livello d’istruzione non sembrerebbe un predittore accurato della conversione’, prosegue la giovane aquilana.

“Significa che tra i predittori presi in considerazione per le analisi, l’età sembrerebbe l’unico predittore accurato della conversione in AD, confermando quanto siano importanti la prevenzione e la possibilità di rilevare precocemente la presenza di processi fisiopatologici in atto, al fine di rallentare il decorso della malattia”, precisa quindi Gliubich.

Rispetto all’ipotesi di riserva cognitiva, “essa non inciderebbe sulla probabilità di andare incontro a demenza, ma si sottolinea una differenza significativa tra i livelli di riserva cognitiva nei due sessi. I maschi avrebbero una riserva maggiore rispetto alle donne, in questa condizione di decadimento cognitivo lieve, ma come sia possibile che maschi e femmine mettano in atto strategie compensatorie differenti, è ancora oggi oggetto di dibattito e di ampie controversie nella letteratura scientifica”.

“Non possiamo però dimenticare – conclude Gliubich – che la nostra è una società con dei ritmi di vita sempre più frenetici e con l’ambiente sempre più inquinato, in un insieme di fattori che possono incidere sulle condizioni di salute delle persone e dunque sulle eventuali predisposizioni a condizioni patologiche. Senza ovviamente dimenticare, per tornare all’Alzheimer, che fumo, alcol, cattiva alimentazione e vita sedentaria, fin dalla giovane età, possono incidere sullo sviluppo della malattia”.