«Sarà fondamentale il rapporto con i giovani, partiremo dalla prossima stagione»
Alessandro Gassman è il nuovo consulente artistico del Teatro stabile d’Abruzzo. La collaborazione con l’attore e regista è stata ufficializzata già da qualche settimana ma ieri c’è stato, all’Aquila, il primo incontro operativo.
Dopo la riunione con il direttore del Tsa, Federico Fiorenza, Alessandro Gassman ha rilasciato al Centro l’intervista che segue in cui parla del suo impegno con l’ente abruzzese, della situazione attuale del teatro e del cinema italiani e, naturalmente, del rapporto con il suo indimenticato papà, l’attore Vittorio Gassman.
Quale sarà il suo ruolo all’interno del Tsa?
«Ho accettato questo incarico come consulente artistico dello Stabile, già da un po’ di tempo. Oggi è avvenuta la prima riunione, con il direttore Federico Fiorenza e con il presidente Stefania Pezzopane. Abbiamo parlato soprattutto del primo spettacolo che faremo insieme. Si tratta di un testo di Reginald Rose, “La parola ai giurati (dodici uomini arrabbiati)” che tratta un tema difficile quale è quello della pena di morte. Sarà in prima nazionale all’Aquila, a metà dicembre, e questo vuol dire che la stampa nazionale verrà in Abruzzo per vederlo. Abbiamo per questo spettacolo la collaborazione di Amnesty international e spero che “La parola ai giurati” servirà anche a riaprire in maniera forte il dibattito sulla pena di morte e che ridarà allo stabile d’Abruzzo una visibilità nazionale che ha avuto per tanta parte della sua esistenza».
Uno dei compiti che le sta più a cuore è quello del rapporto con i giovani.
«Assolutamente sì, e in una città come L’Aquila, dove vivono molti universitari, deve per forza essere intensificato. Non credo sarà possibile nella prossima stagione, che mi vede entrare a giochi praticamente fatti, ma in quella successiva il rapporto con i giovani sarà sicuramente maggiore».
Il limite del Tsa, che nasce come Teatro stabile dell’Aquila, è sempre stato nella sua origine. Gli abruzzesi continuano a vederlo come il teatro cittadino dell’Aquila. E’ anche vero che pochi sono stati gli interventi nel resto della regione, a cominciare da Pescara che è la maggiore città in termini di abitanti ma anche, e soprattutto, di pubblico teatrale.
«Assolutamente, io credo che vinceremo la nostra scommessa unicamente puntando la nostra attenzione alla qualità. Dovremo fare degli spettacoli che possano viaggiare autonomamente in tutta Italia e, ovviamente, anche in tutta la regione. Spero, inoltre, che si riesca rapidamente a dimenticare il lavoro di scambio che si fa con gli altri stabili».
Qual è l’importanza degli stabili nel sistema teatrale italiano?
«Dovrebbero, in teoria, che però molto raramente viene messa in pratica, occuparsi di cultura, e fare cultura e non essere dei contenitori di spettacoli come sono i teatri privati. Con “La parola ai giurati”, per esempio, parleremo di pena di morte, ma per la stagione successiva stiamo mettendo in piedi uno spetticolo totalmente al femminile, il titolo è “Il sorriso strappato”, da un testo di Lidia Ravera, e anche in quel caso abbiamo l’appoggio di Amnesty. Bisogna fare qualcosa che gli altri non fanno. Gli stabili devono avere una forza, anche comunicativa, sociale e politica che gli altri, i privati, non possono e non devono necessariamente avere».
Lei è attore di teatro e di cinema, ambedue vivono un periodo non entusiasmante.
«I problemi sono diversi. Il cinema soffre di una mancanza di coraggio produttivo e questo limita moltissimo il lavoro degli autori, costretti spesso a raccontare piccole storie perché i budget sono piccoli. Devo dire, però, che in questa stagione il cinema ha mostrato qualche segno di ripresa. Per tornare competitivi e allettanti per il pubblico straniero temo si debba lavorare su una legge che garantisca fondi maggiori e una più estesa libertà per gli autori che possano raccontare storie “grandi”. Per il teatro il discorso penso sia ben diverso. Quello privato vive di poche sovvenzioni e di incassi, di successi del pubblico. Il teatro pubblico, invece, ha il dovere di utilizzare i fondi pubblici per fare anche qualcosa di diverso».
Non si può non farla parlare del suo meraviglioso papà, un attore che tutti in Italia, ma non solo, amano. Cosa le manca di più e quanto è stato determinante nel suo essere attore?
«E’ stato fondamentale perché grazie a lui ho imparato ad amare questo mestiere fin da piccolo. Mi mancano i suoi consigli, la sua simpatia, la sua smisurata cultura. Era, per me, un referente affettivo e culturale importantissimo. Però sono contento che non sia stato costretto ad assistere al degrado della nostra cultura oggi, per esempio attraverso la televisione che è diventata sempre più trash».
Lei, con un altro figlio d’arte illustre, Gianmarco Tognazzi, ha costituito una coppia che rimandava a quella dei vostri genitori. Senza voler fare inutili paragoni ma i Tognazzi, i Gassman, i Sordi, sono stati sostituiti?
«No, non sono stati sostituiti e non credo che lo saranno mai. La loro, quella di papà e di Ugo Tognazzi, di Alberto Sordi, è stata una stagione del nostro cinema unica e irripetibile non solo per l’Italia ma per l’intero mondo. Però, vedo intorno a me capacità attoriali importanti, soprattutto nelle ultimissime generazioni. Sono artisti capaci, per esempio, di portare gente al cinema. Non sono stati sostituiti ma in qualche modo rimpiazzati sì».
(06 giugno 2007)
fonte:ilcentro.it





