L’AQUILA – È stato reintegrato in servizio, ma senza la mansione di direttore, Luca Valente, il dirigente dell’Azienda per il diritto agli studi dell’Aquila “parcheggiato” in casa da quasi due anni, dal 29 marzo 2012.
Valente si era rivolto al giudice del lavoro dopo essere stato posto in esubero dall’Adsu e di fatto a spasso da allora, con l’80% dello stipendio di base, così come prevede la norma sul pubblico impiego.
Con la sentenza del settembre 2013 l’ex direttore aveva ottenuto anche il pagamento della differenza di trattamento economico tra quanto percepito nel periodo di “sospensione” e quanto, invece, avrebbe incassato se fosse rimasto in attività, circa tre volte tanto.
Una decisione che l’Adsu aveva impugnato in Corte d’Appello, reclamando una sospensiva che non era stata concessa.
Al suo posto l’Azienda aveva “promosso” il funzionario Maria Luisa Capanna, che ora mantiene l’incarico di reggenza, senza però l’aumento della retribuzione, “in via temporanea ed eccezionale e al solo fine dello svolgimento dell’ordinaria amministrazione” e comunque non oltre il prossimo 30 aprile.
I due decreti portano la firma del presidente dell’Adsu, Francesco D’Ascanio, che nei mesi scorsi si era battuto presso la Regione Abruzzo, di cui l’Azienda è una diretta emanazione, per chiedere una rosa di nomi tra cui pescare il sostituto di Valente, che sarebbe dovuto essere trasferito, contestualmente, nell’organico della “casa madre”.
Una sorta di scambio a spesa invariata che avrebbe, da un lato, evitato all’Azienda il contenzioso e, dall’altro, consentito il regolare lavoro degli uffici, impegnati nel difficile compito di garantire agli universitari aquilani e fuori sede i servizi necessari nel dopo terremoto.
Ma le inadempienze della Regione rischiavano di esporre l’Adsu a un danno erariale, così D’Ascanio ha deciso di individuare questa soluzione transitoria per non incappare nelle maglie della Corte dei conti.
Il problema, però, resta, perché nel frattempo, a complicare le cose, ci si è messa una decisione della Consulta che ha impugnato la legge regionale numero 71 del 2012 e ha dichiarato incostituzionali i passaggi in cui si consentiva all’Adsu di assegnare le funzioni attribuite al dirigente “a un funzionario in possesso dei requisiti per l’accesso alla qualifica dirigenziale per il tempo in cui perdura l’assenza o l’impedimento” del titolare del posto.
In realtà il Consiglio di amministrazione, con cui D’Ascanio non ha rapporti idilliaci, era già pronto a rinnovare come direttore la Capanna, con i relativi emolumenti accessori, ma la stroncatura della Corte costituzionale aveva fatto suonare il campanello d’allarme, tanto che il presidente aveva preso tempo sul’ok al provvedimento.
Sulla vicenda si erano espressi pure i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Direr (dirigenti), che avevano parlato di “nuovi sperperi in Regione”.
“L’ennesimo caso di cattiva gestione della cosa pubblica – avevano rincarato la dose – dove gli amministratori adottano provvedimenti di dubbia legittimità che paralizzano l’attività ed espongono le casse pubbliche a forti risarcimenti economici”.
A Cgil, Cisl, Uil e Direr aveva fatto eco il rappresentante dei dipendenti e responsabile delle attività finanziarie dell’Adsu, Donato Di Bartolomeno, che aveva sottolineato come la mancanza di un direttore autorizzato a firmare avrebbe messo in forse il pagamento degli stipendi, dei fornitori e dei contributi per gli studenti.






