L’AQUILA – “Lo scopo principale delle statistiche sul lavoro non è quello di misurare la quantità e la qualità del lavoro, le tipologie contrattuali (sconosciute a queste rilevazioni), la stabilità o la precarietà dell’occupazione, ma è quello di misurare la forza lavoro di un Paese, che non è fatta solo di occupati e disoccupati, ma pure di non occupati come gli studenti, i pensionati, chi sceglie di non lavorare e chi, in periodi di crisi, subisce la mancanza di occupazione e non cerca più lavoro, almeno temporaneamente”.

Il lavoro era e resta un’emergenza e una priorità per l’Abruzzo, e prima di tutto occorre saper leggere i numeri delle rilevazioni statistiche, e di inquadrarli in prospettiva negli scenari normativi e tecnologici. È quello che invita a fare nell’intervista ad AbruzzoWeb Aldo Bottini, avvocato giuslavorista, presidente di Agi, l’Associazione degli avvocati giuslavoristi italiani.

Autore di diversi articoli e pubblicazioni nel campo del diritto del lavoro, Bottini collabora con il quotidiano Il Sole 24 Ore, in particolare con le pagine Norme e tributi ed è docente presso la Scuola di alta formazione in firitto del lavoro organizzata da Agi.

Un esperto di chiara fama, insomma, connotato da un approccio laico e scientifico, su un campo dove infiamma lo scontro politico, con le armi delle iperboli e del settarismo in un clima di perenne campagna elettorale.

Sullo sfondo la situazione lavorativa abruzzese dove si e registato nell’ ultimo semestre attesta il rapporto di Bankitalia un aumento dell’ occupazione nell’ ultimo anno dell’1,1% con riduzione della disoccupazione dello 0,4%.

In Abruzzo come altrove,  fanno però  osservare i sindacati, continuano a calare i posti a tempo indeterminato, ed ad aumentare quelli precari.

Nel 2015 le assunzioni a tempo inndeterminato erano 50.405, nel 2016 29.375, nel 2017 25.418. All’opposto, nel 2015 le assunzioni a tempo determinato erano 92.709, nel 2016 102.443, nel 2017 132.183.

Inoltre nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, la disoccupazione continua ad attestarsi al 45,32 per cento. A ciò si aggiunge che i cittadini abruzzesi che vivono sotto la soglia di povertà sono il 12 per cento della popolazione.

Bottini non ha ricette per affrontare l’emergenza. Utili ai decisori politici le sue osservazioni critiche sul reddito di cittadinanza e la flat tax, la modifica della legge Fornero,  le misure di contrasto alla delocalizzazione delle imprese, tutti temi caldi inseriti nel prgramma di governo di Movimento 5 stelle e Lega.

In uno dei passaggi salienti Bottini invita in particolare ad alzare lo sguardo e prendere in conisderazione la rivoluzione già in corso dell’automazione del ciclo produttivo, che interesserà sempre più le mansioni esecutive o l’industria manifatturiera, già molto automatizzata, ma anche gran parte delle funzioni impiegatizie e delle attività professionali.

Potrà essere nel lungo temine una grande opportunità ma al prezzo di una fase transitoria molto complessa, che determinerà disoccupazione e forti squilibri.

In ogni caso, ammonisce il giuslavorista, sono necessarie “grandi innovazioni imprenditoriali, sociali e politiche, oltre che tecnologiche, perché l’impatto dell’automazione non riguarda solo il lavoro, ma coinvolge l’intero modello di società per come lo abbiamo conosciuto dall’ultimo dopoguerra”.  

E per far questo occorre una politica con la “P” maiuscola, che determini i processi e che quindi non sia solo ripiegata alla gestione dell’esistente.

Come leggere i dati sulla disoccupazione che circolano in queste settimane anche in Abruzzo? Fotografano davvero il disagio di tante persone? Un esempio: può dirsi occupata una persona che di fatto è intercettata dalle statistiche solo perché fa qualche lavoretto precario nel corso dell’anno?

Sono più di quarant’anni che le statistiche sulla forza lavoro si svolgono secondo un metodo campionario di rilevazione, attraverso interviste a famiglie di residenti estratti dalle anagrafi comunali. Da vent’anni il sistema è armonizzato a livello europeo e l’Istat è l’autorità nazionale italiana in collegamento con Eurostat. Lo scopo principale non è quello di misurare la quantità e la qualità del lavoro, le tipologie contrattuali (sconosciute a queste rilevazioni), la stabilità o la precarietà dell’occupazione, ma è quello di misurare la forza lavoro di un Paese, che non è fatta solo di occupati e disoccupati, ma pure di non occupati come gli studenti, i pensionati, chi sceglie di non lavorare e chi, in periodi di crisi, subisce la mancanza di occupazione e non cerca più lavoro, almeno temporaneamente. La rilevazione misura il peso della forza lavoro sul totale della popolazione, la sua composizione e della forza lavoro e la sua evoluzione nel tempo e nel confronto tra i paesi europei: dipendenti, autonomi, impiegati, professionisti. Da questa mole di dati raccolti, ripeto, su base campionaria, sia pure altamente sofisticata e perciò affidabile, si elaborano anche le stime sugli occupati e i disoccupati, oltre alle tendenze e alla loro evoluzione nel tempo del mercato del lavoro. 

Ci preoccupavamo quando i dati segnalavano la diminuzione della forza lavoro e l’aumento della disoccupazione, sulla base di queste stesse statistiche; ora, pur senza entusiasmarci, dovremmo almeno prendere atto che la tendenza si è invertita, senza per questo sostenere che va tutto bene e l’occupazione è tutta stabile. Per monitorare questi fenomeni ci sono altri strumenti, come le rilevazioni del ministero del Lavoro, che da alcuni anni, grazie alla comunicazione telematica obbligatoria, misurano – proprio nel senso di “contare” una per una, non a campione – le variazioni trimestrali dei contratti a tempo determinato e indeterminato, i rinnovi, le dimissioni e i licenziamenti. Ed è per questo che a volte, quando i due dati sono diffusi contemporaneamente, oltretutto riferendosi a periodi non coincidenti, si alimentano polemiche come se si trattasse di dati addomesticati da una parte o volutamente peggiorati dall’altra. Bisogna solo saperli leggere e non cercare nelle statistiche quello che non possono dare. Del resto, stia pur sicuro che il giorno che ci fosse la piena occupazione, ce ne accorgeremmo ben prima che la bella novità fosse rilevata dall’Istat o dal ministero del Lavoro. 

Viene rilevato dalle statistiche il fenomeno del sommerso, del lavoro nero?

Nella rilevazione dell’Istat certamente, ma solo in via potenziale. Dipende infatti dalla sincerità delle risposte degli intervistati. Benché gli intervistatori li informino chiaramente che le risposte resteranno assolutamente anonime, che non si incroceranno mai con i servizi sociali dei comuni o la banca dati dell’Inps, una persona che magari svolge attività più o meno precarie e retribuite in nero, però percepisce cassa integrazione o sussidi di disoccupazione, e teme di perderli, è probabilmente indotta a dichiararsi disoccupato e basta. In questo senso, ma solo sotto un profilo quantitativo, si può dire che le statistiche fotografino una situazione peggiore di quella reale. Mentre, sul piano qualitativo, esse non sono in grado di rilevare situazioni di degrado occupazionale, prive o carenti di sicurezza sociale e di garanzie antinfortunistiche. D’altra parte non è lo scopo delle rilevazioni statistiche. Per vigilare su questo ci sono corpi ispettivi dell’è Inps e dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che riunisce le funzioni di controllo prima suddivise fra ministero, Inps e Inail per vigilare su questo.

Si dice – chi per compiacersene, chi per lamentarsene – che il “decreto dignità” abbia smantellato il Jobs Act…

Non si può affatto dire che sia stato smontato il Jobs Act, perché non c’è traccia del ripristino dell’articolo 18 nelle imprese con più di 15 dipendenti, ed è perciò rimasta intatta una caratteristica essenziale di quella riforma, e cioè che in caso di licenziamento illegittimo accertato dal giudice non si ottiene la reintegrazione nel posto di lavoro – salvo il caso del licenziamento discriminatorio – ma “solo” una indennità economica sostitutiva, con un numero di mensilità che aumenta in base all’anzianità di lavoro presso l’azienda, le cosiddette “tutele crescenti”. Ora il “decreto dignità” accresce l’indennità minima da 4 a 6 mensilità e la massima da 24 a 36, maa a lo fa con gradualità, perché non tocca il criterio delle due mensilità per ogni anno di anzianità. E poiché – non dimentichiamolo – il Jobs Act riguarda solo i nuovi lavoratori assunti dal 2015, elevare il tetto delle 24 mensilità massime (già ora irraggiungibili fino al 2027) è un puro effetto annuncio, perché il beneficio inizierà dal 2028 e si potrà ottenerlo in pieno solo nel 2033. Aggiungiamo che tutto questo non vale, chissà perché, nella pubblica amministrazione…

Quanto inciderà nel futuro prossimo il processo di automazione dei cicli produttivi? È vero, come sostengono i “tecno-entusiasti”, che si assisterà alla creazione di nuovi lavori che compenseranno quelli che andranno persi?

Questo è un tema cruciale, e purtroppo nessuno ha risposte sicure, soprattutto sul piano quantitativo. Oltretutto non riguarda soltanto le mansioni esecutive o l’industria manifatturiera, già molto automatizzata e che pure ha fatto crescere competenze e professionalità tecniche a livelli altissimi. Riguarda gran parte delle funzioni impiegatizie e delle attività professionali, compresi i liberi professionisti come gli avvocati, se si pensa all’utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale. 

In termini generali, di benessere e affrancamento dalla penosità del lavoro, non dubito che il giudizio sarà ampiamente positivo: si vivrà meglio e più a lungo. Questa è la grande opportunità. La minaccia riguarda la fase “transitoria”, con squilibri geopolitici e l’inadeguatezza dei tradizionali ammortizzatori sociali. Le produzioni a basso valore aggiunto sono malpagate o delocalizzate; quelle tecnologicamente evolute sono a bassa intensità di lavoro. 

Occorrono grandi innovazioni imprenditoriali, sociali e politiche, oltre che tecnologiche, perché l’impatto dell’automazione non riguarda solo il lavoro, coinvolge l’intero modello di società per come lo abbiamo conosciuto dall’ultimo dopoguerra. E, superando i confini geografici e i tempi di comunicazione, investirà il mondo intero, non solo quello occidentale. 

Non sappiamo quanto ci vorrà perché torni il sereno, ma il fenomeno sarà lungo e il suo assestamento pure. Ne siamo ben consapevoli anche come giuslavoristi, e non a caso il nostro convegno nazionale, che quest’anno è in programma a Bologna a fine ottobre, si intitola “Lavoro 4.0” e avrà un taglio non solo giuridico, con relazioni e dibattiti di altissimo livello, e ospiti italiani ed europei, in un territorio dove le imprese 4.0 sono all’avanguardia e non si può certo dire che ci troviamo di fronte alabbiano prodotto il deserto occupazionale.

In Italia ci sono un buon numero di finte partite Iva: di fatto dipendenti subordinati e mono-committenti, che però non hanno diritti e tutele di continuità lavorativa. Cosa si dovrebbe fare per superare questo fenomeno?

Il fenomeno esiste, ma non ha enormi dimensioni.  Le partite Iva attive delle persone fisiche sono circa 4 milioni e includono tutto il lavoro libero professionale – quasi 2 milioni di iscritti agli ordini e collegi – i lavoratori autonomi e le ditte individuali in ambito commerciale e artigianale. Si stima che le “false” partite Iva siano al più 5-600 mila. Ma non è detto che ciascuna di queste persone rinuncerebbe alla libertà e autonomia con la quale organizza il proprio lavoro, per un’occupazione fissa e il cartellino in entrata e in uscita. Il mondo del lavoro è cambiato anche sotto questo profilo. Nel 2017 oltre un terzo delle nuove aperture di partite Iva di persone fisiche, più di 180 mila, ha aderito al regime forfetario che prevede una tassazione molto favorevole, in pratica una flat tax, con un tetto di ricavi che nei programmi del governo potrebbe essere portato in autunno fino a 50 mila euro. E comunque, se posso concludere con una battuta, ostacolare il lavoro a termine non è certo il modo migliore per contrastare o ridimensionare il fenomeno delle false partite Iva.

A proposito di flat tax: cosa ne pensa?

Non ci può essere una contrarietà di principio alla diminuzione della pressione fiscale, che è l’obiettivo dichiarato del “Contratto per il governo del cambiamento”, insieme alla semplificazione del sistema fiscale e alla sburocratizzazione. Purché sia fatto salvo il principio costituzionale di progressività, che si pensa di rispettare attraverso un sistema di deduzioni e per il fatto che l’aliquota piatta, applicata al di sopra della no tax area, determina di per sé una moderata progressività. Indirettamente, poi, ci sarebbe l’effetto di ridurre il cosiddetto cuneo fiscale, diminuendo l’eccessiva differenza tra retribuzioni e costo del lavoro senza dover ridurre i contributi previdenziali.

In realtà, però, anche in questo caso non ci sono numeri, e il ministro Tria ha già detto in Parlamento che potrà esserci un avvio graduale, per esempio inizialmente rivolto agli autonomi, elevando l’area forfettaria. Il rischio è di aumentare le isole di moderazione fiscale, lasciando che il peso della pressione eccessiva continui a concentrarsi su altri segmenti produttivi. Il vero nodo, come sempre, è la fase transitoria:. N non basta dire che la moderazione fiscale accrescerà la base imponibile: perché ciò avvenga occorrono almeno due o tre anni. Nel frattempo come si rispetta il tendenziale pareggio di bilancio senza accrescere il debito? Questo è un problema reale, a prescindere dai vincoli europei e dalle eventuali deroghe ottenute. Ma, ad eccezione del cuneo fiscale, potrei dire che il problema è molto interessante ma è politico ed economico, non da giuslavorista.

Che giudizio dà, in base alla sua esperienza, delle condizioni di lavoro nel mondo dell’informazione, dei giornalisti?

Sono iscritto all’elenco dei pubblicisti perché collaboro spesso, in particolare con Il Sole-24 Ore, proprio sulle novità legislative e giurisprudenziali in materia giuslavoristica. Ma la mia conoscenza dall’interno non è così approfondita. So bene che il praticantato è spesso un miraggio per i giovani che si accostano alla professione, costretti a ripiegare per chissà quanto tempo proprio sul tesserino da pubblicista, nato con una funzione diversa: riconoscere il contributo di chi scrive per divulgare o commentare questioni di cui si occupa professionalmente, come appunto nel mio caso.

La libertà e la pluralità dell’informazione restano essenziali per tutti, ma certamente gli editori hanno subìto l’impatto delle tecnologie quanto e più di molti settori manifatturieri, con un crollo dei ricavi sia da pubblicità che da vendite di copie, che li ha trovati molto impreparati, forse troppo. Il modello di business editoriale oggi non consente più i livelli retributivi normali fino a dieci anni fa, anche se la professionalità necessaria è perfino maggiore.

Mai si sono lette tante notizie, vere e false…, mai così gratuitamente. È avvenuto qualcosa di simile per la musica e i supporti musicali, ma lì i concerti e la parziale tutela del diritto d’autore hanno consentito un nuovo equilibrio, anche economico.

Per i giornali invece la soluzione va ancora trovata, ed è perfino difficile farla capire: pensiamo alla battaglia nel Parlamento europeo, in cui le grandi multinazionali informatiche si dipingono come le sostenitrici della libertà di informazione e di pensiero, mentre gli editori e i giornalisti che, in ritardo e fin troppo tiepidamente, difendono il valore dei loro contenuti, sono spesso descritti come avidi protezionisti. La questione è ora rinviata di alcuni mesi, ma bisognerà prepararsi bene.

Reddito di cittadinanza: si può fare, come? E soprattutto, è sostenibile economicamente?

Dal reddito universale promesso in campagna elettorale, a quello «per favorire il reinserimento nella vita sociale e lavorativa» in un arco massimo di due anni di tempo, descritto nel “Contratto” sottoscritto da Lega e 5Stelle, la differenza è enorme. Il governo si limita a quantificare in 2 miliardi di euro la riforma dei centri per l’impiego, e ad annunciare un confronto con l’Unione europea per utilizzare una quota del Fondo sociale europeo. Detto questo, se tutte le attuali forme di sostegno del reddito, dalla cassa integrazione al Naspi e al Reddito di inclusione, confluissero in un unico fondo, ulteriormente alimentato, non è inimmaginabile – anche sul piano della sostenibilità economica – pensare a un sostegno temporaneo del reddito familiare, nelle situazioni più disagiate. Purché la temporaneità sia percepita da tutti, e l’atteggiamento sia molto indirizzato alla ricerca e all’offerta di una nuova occupazione. Valutare le implicazioni, anche sociali, di un eventuale modo distorto di intendere questi sostegni in chiave assistenzialistica, come sono state nei decenni scorsi certe pensioni di invalidità, è molto più difficile. Ed è elevato il rischio di consolidare favorire nei giovani una mentalità assistenzialistica pigra, basata sul, un diritto ad essere mantenuti dalla collettività, come in parte già avviene in ambito familiare. Ma, anche in questo caso, si tratta di temi sociali e politici, non giuslavoristici.

È giusto rivedere la riforma pensionistica “Fornero” per favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro?

Il problema esiste ma è più teorico che reale. E in via di principio non si può sostenere che all’aumento della speranza di vita non debba corrispondere uno spostamento in avanti anche dell’età pensionabile, o una diminuzione della prestazione pensionistica. Altrimenti il peso delle pensioni da pagare con il flusso dei contributi incassati, che già oggi è di due pensioni ogni tre retribuzioni, aumenterebbe in modo insostenibile. L’Inps ha già fornito da tempo i dati che dimostrano come l’età media effettiva di pensionamento sia ben inferiore ai 67 anni teorici, dai quali di fatto sono esclusi, sia pure attraverso meccanismi transitori e non sempre trasparenti, gran parte degli impiegati statali. Nel settore privato gli incentivi all’esodo sono frequenti anche dopo il fenomeno degli esodati. Ma non esiste più la corrispondenza, anche a causa dei fenomeni descritti, tra un posto liberato e un posto da rioccupare. La struttura dell’occupazione sta cambiando profondamente e la politica deve davvero immaginare un nuovo modello di welfare, anziché preoccuparsi solo dei modelli contrattuali, che dovrebbero riguardare lavoratori e imprese (i quali, in molti casi e in contesti molto innovativi come l’Emilia-Romagna di cui parlavamo prima, stanno anticipando la politica anche in questo). Bisogna ridisegnare lo stato sociale, lo ha spiegato molto bene Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 21 luglio.

Si può frenare la delocalizzazione delle imprese e il fenomeno del dumping globale, con strumenti normativi nazionali?

È come raccogliere l’acqua del mare con un cucchiaio. Ed è questo il limite maggiore di molte iniziative pur volonterose, dallo stesso “decreto dignità” alla proposta Cgil sulla Carta universale dei diritti del lavoro, che purtroppo è molto italiana e poco universale. Come minimo bisogna agire in dimensione europea. E, nonostante si sappia poco, lo scorso autunno l’Unione europea ha adottato il “Pilastro europeo dei diritti sociali”, nucleo di una futura e piena armonizzazione, come è avvenuto per il Mercato unico. Anche per questo dovremmo guardare sempre più all’Europa, anziché temerla o allontanarcene