L’AQUILA – A seguito delle inchieste di Striscia la Notizia, da mesi è sulla graticola la Fondazione Scuola Beni e Attività Culturali, fortemente voluta dal ministro della Cultura, il dem Dario Franceschini, a inizio 2015, costata finora la bellezza di 23 milioni di euro, quasi tutti pubblici, e che in cinque anni “ha specializzato appena 17 persone”, per un titolo di “dubbia utilità”.

Una scuola privata ma partecipata e foraggiata dallo stesso Ministero, di cui è direttrice, dall’agosto 2020, l’aquilana Alessandra Vittorini, ex Soprintendente e moglie del preludente del Parlamento europeo, David Sassoli, nel non facile scenario della ricostruzione post sisma 2009.

Non è questo l’unico nesso tra il capoluogo e la vicenda: carte alla mano, si scopre che un progetto simile, ma di ben altro segno e tenore, era stato avviato proprio a L’Aquila, sin dal lontano 2001. Un progetto molto ambizioso, capace di sorreggersi finanziariamente in modo prevalentemente autonomo, e che doveva coinvolgere più ministeri, rivolto a giovani italiani ma anche a iscritti internazionali, capace di rilasciare un titolo di studio valido.

Idea poi evidentemente “scippata” a Roma, ma come appendice del ministero e che, almeno come sostiene Leonardo Bison, archeologo e giornalista del Fatto Quotidiano, ai microfono di Striscia la notizia, per frequentare corsi “a cui si accede dopo aver conseguito un dottorato di ricerca, ma non è ancora chiaro il valore del titolo rilasciato, dato che a livello europeo non esistono titoli post-post laurea”. Un’ iniziativa che però può tornare di attualità alla luce del caso Roma, della grande richiesta di queste professionalità e degli ingenti fondi comunitari e soprattutto legati al Pnrr disponibili.

Il progetto è stato illustrato per la prima volta nel lontano aprile del 2001, nella conferenza Stato regioni che si era tenuta al Forte spagnolo, per voce del suo stesso ideatore, l’imprenditore Mario Manganaro, con molteplici interessi sul territorio.

Progetto nato in sinergia con l’architetto Corrado Bucci Morichi, ai tempi soprintendente regionale Abruzzo, e Giovanni Bulian, soprintendente beni ambientali architettonici artistici e storici Abruzzo. Un’ iniziativa che ha ricevuto il placet politico da tutte le governance e le istituzioni nazionali dal 2001 e fino al post terremoto dell’Aquila sulla quale sono stati sviluppati anche documenti e schemi per la presentazione ufficiale.

In particolare, l’idea che è stata apprezzata ai più livelli più alti, da Silvio Berlusconi a Gianni Letta, passando per il più volte ministro abruzzese della Dc Remo Gaspari, e più di un ministro, come vedremo in seguito, e che nasceva dalla volontà di fare dell’Aquila, in virtù della sua relativa vicinanza con Roma – e molti anni prima della candidatura non andata in porto di capitale europea della cultura -,  sede di una Scuola di Alta Formazione Internazionale per il restauro, la scoperta e la riscoperta, la divulgazione e la valorizzazione di Beni Culturali.

Una scuola non a numero chiuso ma aperta a migliaia di giovani nel mondo, ad anche ai tantissimi rimasti fuori dalle scuole pubbliche post laurea classiche, che avesse sede proprio in Italia, nella culla dell’arte, della cultura, delle bellezze storiche ad architettoniche, con il centro nevralgico a L’Aquila, diventata un simbolo, un brand di livello internazionale soprattutto dopo il sisma del 2009 che attraverso le immagini della devastazione e del dolore per le 309 vittime è conosciuta ed amata in tutto il mondo.

Una struttura accademica rivolta a studenti e studentesse italiani e stranieri, improntata alla cultura dell’autofinanziamento, prevedendo che gli specializzandi avrebbero pagato rette, e goduto di borse di studio, garantite dal settore del business privato. E portassero economia e conoscenza vivendo nel cratere colpito dalla tragedia. Con discipline quali il restauro, la pittura, la scultura, l’architettura, la storia dell’arte, la gestione e la catalogazione, la sicurezza e il marketing di beni culturali, la legislazione e amministrazione, l’artigianato, l’informatizzazione e l’innovazione tecnologica.

Tutto in un network coordinato da una società di servizi, e diramato in altre sedi periferiche, a Roma e Milano, coinvolgendo le più prestigiose istituzioni pubbliche italiane e le professionalità private. Con tanto di comitato scientifico di livello internazionale, per garantire la qualità della didattica e l’aggiornamento costante, corsi dislocati all’estero, in virtù convenzioni con il ministero degli Affari esteri e gli istituti di cultura e le varie fondazioni italiane oltre confine.

Insomma un qualcosa di più ambizioso, e ben meno costoso per le casse pubbliche, rispetto alla Fondazione Scuola Beni e Attività Culturali, che ha preso da quella idea molti spunti, è che è  nata,  con un decreto del 31 dicembre 2014, fortemente voluta dal ministro Franceschini, partecipata dallo stesso Ministero.

A cui ora fa  le pulci, dopo cinque anni di attività, con il suo inviato Pinuccio, Striscia la notizia, per il suo costo, 23 milioni di euro fino ad oggi, che non  sarebbe giustificato in base ai risultati. Dopo l’inchiesta, il deputato della Lega, Daniele Belotti, componente della Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera, ha presentato un’interrogazione al ministro Franceschini argomentando anche lui che  “23 milioni non sono pochi, soprattutto se rapportati all’attività e alla produttività della scuola: un corso in 5 anni con 17 specializzati formati. Neanche un super master ad Harvard o a Cambridge ha costi così elevati”, ha detto Belotti al microfono dell’inviato Pinuccio.

Il deputato ha avanzato anche delle “perplessità” sull’incarico da direttrice ricoperto da Alessandra Vittorini, dal curriculum senz’altro pesantissimo, ma osserva Belotti, è anche la moglie  del dem David Sassoli, giornalista Rai ora presidente del parlamento europeo, molto vicino politicamente a Franceschini. “Con tutti gli esperti che ci sono in circolazione, il ministro Franceschini doveva proprio scegliere la sua amica, nonché moglie del suo compagno di partito David Sassoli?”, ha scritto Belotti. Va precisato però che la nomina è assolutamente legittima.

Tra i primi ad accogliere con entusiasmo il progetto di Manganaro, è stata la Fondazione Carispaq, già nel 2002, grazie all’interessamento dell’allora presidente, Pasquale Giancola. E come già ricordato da Abruzzoweb, da parte di Marcello Vittorini, stimato urbanista abruzzese scomparso nel 2011 e padre di Alessandra Vittorini, membro del consiglio generale Carispaq.

Fondazione talmente persuasa dall’iniziativa che affidò a Manganaro l’incarico di produrre progetti esecutivi, schemi degli atti costitutivi, statuti, e la modulistica necessaria per la stipula di convenzioni, necessarie a creare il primo nucleo del network della scuola, “con la partecipazione azionaria qualificata  – si legge nel documento – della Regione della provincia del Comune dell’Aquila dell’università ed enti territoriali economici e culturali che intendono associarsi.

Infine per “la creazione di un centro di rilevazione e censimento dell’esistente ai fini della valorizzazione del patrimonio culturale ambientale nel territorio Aquilano con la finalità poi di espandere in progetto all’intero territorio nazionale e internazionale”.

Nel febbraio 2004 con presidente della Regione, Giovanni Pace, un’ordinanza direttoriale a firma del dirigente Paolo Antonetti ha affidato sempre a Manganaro l’incarico gratuito per “l’attività propedeutica di coordinamento e di studio per la predisposizione del progetto relativo alla  realizzazione di un network culturali formativi internazionale e multidisciplinare multilivello”.

L’idea di Manganaro era quello di coinvolgere nel progetto il ministero per i Beni e attività culturali, per la messa a disposizione degli spazi fisici e l’immenso patrimonio architettonico, spesso inutilizzato, il ministero degli Affari esteri, per il riconoscimento del titolo di studio a livello internazionale, grazie ad accordi bilaterali, e per finanziare le borse di studio, e ovviamente il ministero dell’Università della Ricerca scientifica per coordinare le attività con atenei e centri di ricerca.

Manganaro si è dunque messo all’opera, contattando tra il gennaio e il maggio del 2004 il Ministero per i beni culturali, l Ministero per gli affari esteri e  il ministero istruzione.

In tutti i tre casi ricevendo risposte  in cui si apprezzava il valore dell’iniziativa.

Nel settembre  dello stesso anno il progetto è stato valutato positivamente dal direttore generale per i beni culturali abruzzese, Roberto di Paola, trasmesso al gabinetto del ministro Rocco Buttiglione, che a sua volta lo ha inoltrato alla Arcus spa, la società per lo sviluppo dell’Arte della cultura, che pur apprezzandone il valore artistico culturale innovativo, non ha potuto sostenerlo finanziariamente per mancanza di risorse.

A seguire una lettera  di Manganaro al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in cui si  spiega che sta arrivando al “traguardo un lungo e faticoso lavoro di messa a punto della mia idea progettuale per il quale mi sono avvalso oltre che della mia personale esperienza del contributo multidisciplinare di avere amici che hanno messo a disposizione con entusiasmo le proprie professionalità”.

Evidenziando che “si tratta di un piano strategico utile per il Ministero dei beni culturali capace, se adottato, di modificare in senso fortemente liberista la sua operatività”, e spiegando che il progetto produrrà in patria un notevole indotto nel campo occupazionale creando figure operatori culturali a vari livelli di competenze capace di valorizzazione nostro patrimonio culturale”.

La segreteria di Berlusconi ha risposto ringraziando Manganaro, e apprezzando l’iniziativa.

Il progetto però non è di fatto riuscito a decollare, nonostante a spendersi per esso nel gennaio 2009, è stato anche  Remo Gaspari, l’abruzzese dieci volte deputato e sedici volte Ministro della Repubblica, scomparso nel 2011.

Gaspari ha scritto di suo pugno una lettera alla Regione definendo il progetto “di grande interesse per la città dell’Aquila tanto che lo stesso premier avrebbe condiviso.

A marzo 2009 nuova lettera di Manganaro a Berlusconi, per ricordargli il progetto già sottoposto alla sua attenzione ribadendo che “con questa iniziativa il nostro Paese potrà essere un punto di riferimento mondiale per quel che riguarda la gestione la conservazione dei beni culturali”.

Poi poche settimane dopo è arrivato il terremoto del 6 aprile 2009, a cambiare irrimediabilmente lo scenario, e l’esito operativo del progetto dopo tanto lavoro di relazioni istituzionali.

Nel marzo 2012 l’infaticabile Manganaro ha scritto di suo pugno una lettera all’ex sottosegretario della presidenza del Consiglio dei Ministri, l’avezzanese Gianni Letta, braccio destro di Silvio Berlusconi, ma quando oramai il centrodestra non era più al potere, e presidente del consiglio era Mario Monti.

Nell’illustrare il progetto, Manganaro sottolineava come è la cultura “il comune denominatore che rappresenta maggiormente nel mondo tutti noi, in quanto cittadini italiani nonché la nostra antica civiltà così come l’attuale società e politica”. Evidenziando che “la bellezza e la storia di tutto quanto ci circonda, quella proveniente da tutti i celebri secoli passati, debba dinamicamente rivivere per essere raccontato attraverso quello che io chiamo marketing operativo. Non solo installazioni moderne, ma vere e proprie strategie imprenditoriali, studiate di volta in volta ad hoc”, e pertanto occorre “prima di tutto insegnare la maniera più appropriata per valorizzare il nostro patrimonio culturale”.

Nel 2013 il progetto della scuola è stato scelto come una delle 30 pre-finaliste il concorso “Ars – arte che realizza occupazione sociale”, su 514 proposte inviate.

Nel 2014, Giuseppe Lucibello, direttore generale dell’Inail, in una lettera inviata tra gli altri all’allora sottosegretario alle Finanze con delega al CIPE e alla Ricostruzione dell’Aquila, l’abruzzese Giovanni Legnini, oggi commissario per la ricostruzione sisma del Centro Italia, aveva fatto intravedere la possibilità di destinare allo scopo 200 milioni di euro nel triennio a valere sui famosi 1,5 miliardi di euro per investimenti produttivi a favore della città terremotata e del cratere, per “ricostruzioni di uffici, di un centro congressuale, di un polo formativo e di strutture sanitarie, scolastiche e universitarie”.

Ricordando che sulla “legge della buona scuola ci sono 300 milioni di euro per la realizzazione di scuole innovative e sicure, fondi che sembravano insomma fatti apposta per la Scuola di formazione di Manganaro.

Ma a stretto giro, a dicembre 2014, la scuola è nata, sotto l’egida del ministro Franceschini. Non a L’Aquila, ma a Roma e sotto un’altra stella. (red.)