* giurista e scrittore

L’AQUILA – Sta accadendo che, all’interno degli stessi ordinamenti di diritto pubblico (gli Stati), stiano trovando forma sempre più imponente vere e proprie monarchie digitali di stampo assolutistico.

Se lo Stato, in teoria, tutela ancora le libertà costituzionali al suo interno (si può ancora esprimere il proprio pensiero al bar o al ristorante, purtroppo non più nelle università), non riesce parimenti a tutelarle – sempre al suo interno – al cospetto dei colossi social. Se uno o più utenti esprimono un pensiero contrario al ddl Zan, tanto per fare un qualsiasi esempio, presto o tardi vengono limitati nell’uso dei propri account; Facebook, Twitter o Instagram che sia, se non addirittura espulsi (bannati, come si suol dire nel gergo social). Un comportamento, quello delle monarchie digitali, del tutto contrario al diritto fondamentale della libertà di espressione del pensiero sancito dal primo comma dell’art. 21 della Costituzione.

Il punto, in diritto, non è tanto se questi colossi social possano o meno comportarsi da sovrani assoluti, ma se possano farlo all’interno di soggetti di diritto pubblico – gli Stati – fondati per propria Costituzione sul principio democratico. La vulgata dei soliti noti è questa: “I social sono soggetti di diritto privato e allora possono fare tutto quello che vogliono; in casa loro decidono loro, anche all’interno dello Stato”.

Una sciocchezza, e spiego presto perché con un ragionamento: anche i giornali e le televisioni, al pari dei colossi social, sono soggetti di diritto privato (la proprietà è di determinate società o persone fisiche), ma giustamente devono rispettare le norme dello Stato, in primis la libertà di espressione del pensiero da parte di tutti i cittadini all’interno del principio generale che il nostro è un ordinamento giuridico repubblicano, rappresentativo e pluralista.

Ciò detto, per quale motivo le monarchie digitali devono porsi al di sopra delle norme dello Stato di rango costituzionale ed ordinario, elevandosi a soggetti non più di diritto privato (che come giornali e televisioni devono rispettare le regole della libertà e della democrazia pluralista), ma addirittura a soggetti di diritto assoluto?

Si pensi a quanto è accaduto negli Usa con Donald Trump agli inizi di quest’anno. All’ex Presidente degli Stati Uniti d’America, sia Twitter che Facebook hanno bloccato l’account, impedendo al leader del partito repubblicano, quale Trump di fatto è, di esprimere il proprio pensiero. Immaginate se una cosa del genere l’avessero fatta con un presidente Dem.
Forse i social rispondono proprio ad un certo mondo Dem, ma questo è un altro discorso.

La responsabilità di questa grave contrazione di democrazia e di libertà non è, tuttavia, dei colossi social, ma degli Stati, che non fanno nulla per far rientrare le monarchie digitali all’interno delle regole dello Stato stesso. È lo Stato che deve tutelare la libertà e la democrazia al cospetto degli abusi dei colossi social, è lo Stato che deve regolamentare l’arbitrio delle monarchie digitali pretendendo che i loro comportamenti rientrino nella legalità costituzionale, pena la chiusura nazionale dei social che non rispettassero le regole democratiche.

Davanti a noi abbiamo un nuovo mondo in cui tutto, o quasi, sarà regolato dai principi assolutistici e antidemocratici della società telematica. Come ho avuto modo di scrivere nella mia raccolta di poesie “Scritti Milanesi. La libertà ai tempi del Virus”, stiamo andando verso un mutamento antropologico in cui l’Uomo non è più al centro di tutto come lo è stato con Dante, Petrarca e Da Vinci, ma diventa funzione di tutto il resto.
Aveva ragione Alessandro Manzoni quando scriveva che “non tutto ciò che viene dopo è progresso”.