SULMONA – La bonifica, la pianificazione e il ripristino ambientale dopo il devastante incendio dell’estate 2o17 sul Monte Morrone che devastò a 1.200 ettari di bosco e vegetazione in area protetta, era “compito del Parco nazionale della Maiella”.
Questo l’elemento mancante, ora che la polemica è divampata, è il caso di dire, a seguito del nuovo incendio sulla montagna cara a Celestino V, che da oltre 20 giorni non si riesce a spegnere, in particolare tra Maurizio Scelli, direttore dell’Agenzia regionale della Protezione civile, e l’ex presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, ora deputato del Pd, sulla mancata bonifica post l’incendio 2017, che avrebbe complicato le cose per lo spegnimento del nuovo rogo, in particolare per la presenza di una importante massa legnosa carbonizzata che ha costituito un combustibile per l’avanzata delle fiamme. Sulla vicenda è stata aperta anche una inchiesta della Procura di Sulmona.
Prendendo in mano la legge 353 del 2000, che disciplina la previsione, la prevenzione e la lotta attiva contro gli incendi boschivi, all’articolo 8 si legge infatti: “per i Parchi naturali e le Riserve naturali dello Stato è predisposto un apposito piano del ministero dell’Ambiente di intesa con le regioni interessate, su proposta dagli enti gestori, sentito il Corpo forestale dello stato”.
E inoltre, “le attività di previsione e prevenzione sono attuate dagli enti gestori delle aree naturali protette”, anche con la eventuale eliminazione dei rami bruciati e carbonizzati e di pulizia del sottobosco, attività finalizzate ad evitare l’innesco di futuri incendi.
In soldoni, nel caso di specie, è il Parco Nazionale della Maiella, guidato dal 2019, dopo una lunga fase commissariale e di vacatio, dal professor Lucio Zazzara, nominato dal presidente della Regione Marco Marsilio, di Fdi, ad avere la competenza primaria sulla pianificazione e la tutela dell’area. È il Parco a decidere come procedere dal punto di vista ecologico e scientifico, sulla base del proprio Piano antincendio boschivo, approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), valutando se intervenire attivamente o lasciando spazio alla rigenerazione naturale delle specie autoctone.
Non solo, la legge nazionale impone che siano i sindaci dei Comuni colpiti dal rogo ad avere l’obbligo di approvare e aggiornare il Catasto soprassuoli percorsi dal fuoco. Questa misura fa scattare immediatamente i divieti legali di pascolo, caccia e trasformazione urbanistica della zona per i successivi 10-15 anni.
Ad innescare la polemica è stato Scelli, dopo un sopralluogo sul Morrone: “Salendo su oggi abbiamo trovato alberi bruciati dall’incendio del 2017. È uno di quei fattori che hanno alimentato le fiamme ed è una cosa a cui bisogna porre rimedio. Ne ho già parlato con il presidente Marco Marsilio, l’Abruzzo ha un patrimonio boschivo importante e non si è intervenuti sugli incendi del passato, di fatto è una polveriera. Per questo l’idea è quella di creare una squadra, con competenze e formazione specifica, quella che è venuta meno dopo l’accorpamento del Corpo forestale ai carabinieri, che lavori tutti l’anno: per otto mesi alla prevenzione, al riordino e alla cura dei boschi, e nei tre mesi estivi di punta, insieme ai vigili del fuoco e tutti gli altri soccorsi, per le emergenze”.
Sentitosi tirato in causa, da ex presidente della Regione, D’Alfonso ha replicato con durezza, dimenticandosi però di ricordare le responsabilità, stabilite dalla norma, in capo ai Parchi.
“La presenza di residui legnosi carbonizzati a terra non è il frutto di abbandono o di trascuratezza amministrativa, ma l’esatta applicazione dei protocolli scientifici internazionali di gestione post-incendio – ha precisato D’Alfonso – Già nel 2017, come opportunamente documentato dagli organi di stampa e dai dibattiti vissuti dell’epoca, aprimmo giustamente il confronto con i massimi esperti del settore forestale e ambientale. La linea d’azione scelta non fu una decisione stupefacente o arbitraria, ma il frutto delle indicazioni rigorose e risalenti della comunità scientifica”.
D’Alfonso ha ricordato anche una riunione tenutasi a settembre del 2017 a Pescara nella sede della Regione alla presenza dei sindaci dei comuni colpiti dagli incendi, che “manifestarono la loro contrarietà motivata dal rispetto alla bonifica e rimboschimento. La Protezione Civile ha l’encomiabile compito di prevenzione, protezione e gestione l’emergenza, e di spegnimento, ma la ricostruzione ecologica dei boschi e la gestione del territorio post-evento appartengono pacificamente alla scienza forestale. Rivendico la correttezza di aver dato la parola agli esperti, come accade normalmente non solo in Italia. Il tempo e la rinascita apprezzata in questi anni dei boschi del Morrone dimostrano che la via della prudenza scientifica era l’unica corretta per preservare il nostro patrimonio ambientale”.
Intanto la Procura di Sulmona ha aperto una inchiesta e il il procuratore della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, nei giorni scorsi ha effettuato una “visita” di circa tre ore spingendosi fin nelle vicinanze del fronte delle fiamme.
Nel mirino dell’autorità giudiziaria proprio la presunta mancata bonifica a seguito dell’incendio del 2017, e in secondo luogo sulla gestione dell’emergenza, in particolare l’utilizzo dei mezzi aerei, soprattutto i Canadair inviati da Roma, costati finora circa 4,6 milioni, ma che alcuni giorni fa erano presenti in massa e altri in maniera più ridotta.




