L’AQUILA – “Erano tutti disoccupati ed evidentemente hanno tratto i mezzi di sostentamento esclusivamente dall’attività illecita”. Lo scrive il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Marco Billi, nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale sono finite in cella 25 persone, tutti giovani albanesi accusati di spaccio di cocaina, a fronte di 40 indagati tra i quali non ci sono aquilani e l’unico italiano è di Cerveteri (Roma). Del resto questi albanesi erano qui con un visto turistico. L’accusa è di associazione a delinquere a fine di spaccio e quelli più in alto nella “gerarchia” rischiano 20 anni di carcere.
E ieri gli indagati sono stati interrogati in carcere tramite piattaforma internet, ma molti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere anche per il poco tempo avuto dai legali per leggere gli atti. Domani è previsto un altro interrogatorio.
Di certo gli indagati sono stati inguaiati da alcuni degli oltre 100 consumatori, a loro volta incastrati da intercettazioni e foto, i quali per non rischiare di essere reticenti e contestazioni penali, hanno fornito ai carabinieri dei dati molto utili. Tra questi commercianti, un dipendente regionale e un impiegato statale.
“Per gli indagati, formalmente incensurati,” si legge nell’atto parlando di reiterazione del reato e pericolo di fuga, “la contraddizione sta nell’assenza di attività lavorativa e legami stabili col territorio e lo stile di vita riscontrato con reperimento di situazioni alloggiative e uso di un considerevole numero di auto noleggiate:ciò risulta indicativo di un pericolo di reiterazione del reato elevato. Sussiste il pericolo di fuga in relazione al fatto che per tutti gli indagati, attesa la evidente connessione con la realtà criminale albanese, si rende concreta ed elevata la possibilità di allontanamento dal territorio”.
La tecnica adoperata dalla gang era la seguente: dall’Albania venivano fatti accorrere in Italia giovani incensurati che, senza prendere contatto personale con i fornitori di stupefacente, avevano indicazioni su dove reperire automobili a noleggio ovvero in Lazio o Marsica, dove recuperare lo stupefacente e dove consegnarlo. Il tutto facendo affidamento sulla condizione di incensuratezza. Una volta scoperti tornavano in Albania venendo sostituiti da altri. Erano tre i livelli di direzione dello smercio oltre ai “galoppini”.
Lo spaccio, dunque, avveniva nelle periferie del capoluogo di regione e vi erano zone privilegiate come i paesi di Capitignano, Montereale e Scoppito, Barete, Pizzoli, ma anche frazioni quali San Marco di Preturo, Roio e Sassa. Ci sono tracce di luoghi di spaccio e conservazione come Madonna Fore e non è un caso che nei mesi scorsi siano stati notati dei droni volteggiare nella zona anche in orari notturni cosa che aveva allarmato i residenti. Ma ci sono stati episodi di cessione o di accordi in via Amiternum, in via Crispi, piazza Santa Giusta, villa comunale del capoluogo di regione, come pure in via Savini e, in periferia, non lontano dalla sede di una nota azienda che produce medicinali e a Coppito o nei pressi del San Salvatore.
L’indagine dei carabinieri è portata avanti dal Pm Alberto Sgambati e dalla sostituta Roberta D’Avolio che hanno ottenuto gli arresti dal gip Marco Billi. Gli accusati sono assistiti dagli avvocati Mauro Ceci, Gianluca Racano, Gaetano Petrilli, Francesco Valentini, Massimo Manieri, Sonia Giallonardo.






