L’AQUILA –  Altra sentenza choc nell’ambito dei processi civili per i decessi nel sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009: la Corte d’Appello dell’Aquila (presidente Francesco Filocamo, consiglieri Silvia Fabrizio e Marco Bartoli), in sede civile, ha confermato il pronunciamento di primo grado del 2022 che aveva scagionato la presidenza del Consiglio dei ministri da ogni responsabilità per la morte di sette studenti in vari crolli nel terremoto di circa 15 anni fa. Anzi, i familiari delle giovani vittime non solo non avranno nessun risarcimento avendo assunto una “condotta incauta” ma dovranno anche pagarsi le spese legali, quasi 14mila euro. Lo riporta il quotidiano dell’Abruzzo Il Centro.

Secondo i giudici, le cause sono da ricercare nelle decisioni dei ragazzi assolvendo da ogni colpa, come in primo grado, la Commissione Grandi Rischi che si era riunita all’Aquila il 31 marzo del 2009, cinque giorni prima del tragico sisma, lanciando falsi messaggi rassicuranti: su questa vicenda, dopo il sisma il Tribunale dell’Aquila aveva condannato a sei anni i sette scienziati che aveva partecipato alla riunione, assolti poi in appello ad eccezione di Bernardo De Bernardinis, vice capo della protezione civile, la cui condanna a due anni è stata confermata dalla Cassazione. De Benardinis che aveva presieduto la riunione al posto dell’allora capo della protezione civile nazionale, Guido Bertolaso, aveva inviato, subito dopo la riunione messaggi rassicuranti che avrebbero indotto gli aquilani a non prendere le misure tradizionali, tra cui uscire di casa dopo una scossa. E’ probabile il ricorso in cassazione contro il pronunciamento della Corte di appello dell’Aquila.

Stando a questo ultimi, non ci sarebbero prove certe di queste rassicurazione in relazione alla condotta dei giovani.

Significativo, in tal senso, quello che i magistrati scrivono a proposito di Nicola Bianchi (il padre Sergio da anni si batte per avere giustizia).

“Ad analoga conclusione”, si legge nella sentenza, “deve pervenirsi quanto a Nicola Bianchi in quanto, al di là del fatto che non v’è prova della fonte della conoscenza della riunione del 31 marzo e della motivazione della rassicurazione tratta – sicché non v’è alcun elemento che la colleghi proprio alle dichiarazioni del De Bernardinis – gli stessi appellanti non contestano che, stando alle sommarie informazioni testimoniali dei genitori (che, parimenti, non si rinvengono agli atti), il ragazzo decise di restare all’Aquila poiché aveva un esame il giorno 8 aprile e la notte del sisma, dopo la scossa delle ore 22.48, uscì in strada, circostanze che contrastano con la tesi che egli avesse così agito sentendosi tranquillizzato sulla base delle dichiarazioni del De Bernardinis e ormai non ritenendo più pericolose le scosse”.

Insomma il “colpevole” è Nicola, che aveva deciso di restare per dare un esame che doveva essere un tassello del suo percorso universitario. In sostanza i giudici, per Nicola e gli altri ragazzi, non hanno trovato il cosiddetto “nesso causale”.

Quindi i ragazzi non sarebbero stati condizionati e quindi rassicurati dalle risultanze dei comportamenti dei componenti della Commissione Grandi Rischi presenti all’Aquila cinque giorni prima del sisma, il 31 marzo 2009, e nemmeno dalle dichiarazioni in tv di De Bernardinis e, alla stampa, dall’allora sindaco, Massimo Cialente. Per i giudici, infine, “in linea generale, il compendio probatorio acquisito (convocazione della riunione, verbali della stessa, deposizioni testimoniali), al di là del convincimento del capo del Dipartimento di Protezione civile emerso nel corso della conversazione casualmente intercettata tra lo stesso (Bertolaso) e l’assessore regionale (Stati) ha smentito o, comunque, non ha dato conferma della tesi che gli esperti partecipanti alla riunione del 31 marzo – ad esclusione del De Bernardinis, vice di Bertolaso, il quale, peraltro, alla stessa non diede alcun contributo scientifico – avessero, a priori, l’obiettivo di tranquillizzare la popolazione e, quindi, di contraddire o minimizzare quanto desumibile dai dati oggetto della loro valutazione scientifica. Tesi che le parti appellanti ripropongono in termini meramente assertivi senza misurarsi con le risultanze istruttorie”.

Il ricorso in appello era stato proposto dai parenti dei giovani studenti deceduti: Nicola Bianchi, Ivana Lannutti, Enza Terzini, Michele Strazzella, Daniela Bortoletti, Sara Persichitti, Tonino Colonna.