L’AQUILA – Si chiama 99 Gatti, un po’ in onore del numero aquilano per antonomasia, un po’, forse, per un’eco ai 44 gatti della famosa canzoncina dello Zecchino D’oro, l’associazione di volontariato del capoluogo Abruzzese che dal terremoto del 2009 porta da mangiare ai gattini abbandonati della “zona rossa”.
“I cani randagi del centro storico – spiega ad AbruzzoWeb la responsabile dell’associazione Antonietta Centofanti – il giorno dopo il terremoto erano tutti presenti e in fila, perché loro seguono l’uomo. I gatti, invece, sono animali territoriali e difficilmente si spostano dalla zona dove sono abituati a vivere. Noi già una settimana dopo il sisma, accompagnati dai vigili del fuoco, andavamo a portare da mangiare ai mici terremotati”.
Il centro dell’Aquila è sempre stato popolato da moltissimi gatti randagi, ma anche da colonie feline che venivano nutrite da persone sensibili e buone di cuore, regolarmente censite alla Asl.
I gatti sono caratteristici di molte città italiane a partire dalla bellissima Roma: chi non ha mai sentito parlare dei gatti dei Fori o di largo Argentina? Perfino all’interno della Città universitaria della Sapienza, c’è una colonia di mici ben nutriti e con cuccette, dislocate in vari punti, per dormire.
Il terremoto dell’Aquila ha aumentato i randagi e disperso le colonie feline esistenti e, oggi, sopravvivono soltanto grazie al certosino lavoro di gruppi di volontari, che si autofinanziano con appelli a livello locale, ma anche nazionale, di raccolta fondi e più spesso comprando cibo e generi di prima necessità di propria tasca.
La Centofanti racconta la situazione dell’Associazione, oggi, a quasi tre anni dal terremoto, e la necessità di un piccolo aiuto da parte di tutti per assicurare un futuro felice a queste bestiole rimaste uniche custodi del centro dell’Aquila.
Quando è nata la vostra associazione?
Ufficialmente siamo nati nel settembre 2009, ma già una settimana dopo il terremoto abbiamo cominciato a portare da mangiare ai gattini randagi del centro. Per muoverci in “zona rossa”, per sette o otto mesi, siamo stati accompagnati dai Vigili del fuoco. Poi, il Comune ci ha concesso permessi speciali e adesso, entriamo in “zona rossa” ogni due giorni con un furgoncino un po’ scassato, che forse primo o poi ci lascerà a piedi, ma che ci permette di fare il giro dei punti di alimentazione.
In totale quanti punti ci sono?
Sono all’incirca una sessantina. Erano stati segnati con dei cartelli, ma oggi, la maggior parte è stata divelta.
Come avete individuato le aree dove erano presenti i felini?
Alcuni punti ci sono stati segnalati, anche dai padroni che sapevano che il loro gattino era rimasto nei paraggi, in altri abbiamo cominciato a lasciare cibo e i gatti adesso sanno dove andare a mangiare.
Le prime settimane dopo il sisma, devono essere state molto difficili per i gatti randagi o abbandonati, spaventati e completamente soli tra le macerie. Come vi siete mossi?
Innanzitutto li abbiamo sfamati. La maggior parte non si lasciava avvicinare, erano tutti molto impauriti. Oggi molti dei gatti del centro e tornato allo stato selvatico, senza l’uomo accanto è normale per i felini. Non sono come i cani che il giorno dopo il terremoto erano tutti presenti e in fila e hanno seguito le persone nelle tendopoli. Oggi sono di nuovo in centro tutti sterilizzati e microcippati.
I mici sono rimasti nelle loro zone…
I gatti siamo andati a cercarli noi: quelli che si facevano avvicinare li abbiamo sterilizzati, poi registrati a un’anagrafe presso la Asl, alcuni padroni hanno ritrovato il loro micio proprio cercandolo tra le foto che noi volontari avevamo scattato.
Ci sono storie a lieto fine, quindi?
Certamente. Un gran numero di gatti è stato mandato nei gattili del Nord Italia e abbiamo seguito la storia di ognuno. Molti sono stati adottati. L’iter per l’affido è importantissimo e un volontario si assicura che il luogo dove il micio andrà a vivere sia adeguato e i padroni affidabili. Alcuni ci mandano le foto dei loro amic a quattro zampe: sotto Natale, anche con fiocchi rossi in testa.
Un gatto che le è rimasto nel cuore?
Pablo, un micio che si rifiutava di mangiare. Ma appena arrivavamo con il camioncino, lui si infilava dentro e ti abbracciava le gambe e piangeva: aveva bisogno di affetto e contatto umano. Lasciarlo era sempre uno strazio. È stato adottato e adesso vive in un bel casale di campagna vicino Firenze.
Per i crolli ci sono stati molti mici feriti?
Sì, oltre ad accudirli per lo spavento, alcuni avevano bisogno di medicazioni. La Asl ne ha operati parecchi, poi mandati in vari gattili. Inoltre, se troviamo gattini piccoli, ancora oggi, li prendiamo con noi e, soprattutto, cerchiamo di darli in affidamento, per i cuccioli è più facile.
Come vi finanziate? Il cibo costa…
Facciamo spesso appelli, anche a livello nazionale, per la raccolta fondi (conto corrente bancario sul blog dell’associazioe: www.99gattiaq.blogspot.com), poi, mettiamo bancarelle in cui vendiamo bigiotteria che fa una volontaria e oggetti usati. Per il nuovo anno abbiamo fatto calendari e shopping bag con le foto dei mici del centro. Ma in pratica il più delle volte ci tocca pagare di tasca nostra.






