L’AQUILA – È uno dei maggiori orgogli rugbistici del capoluogo d’Abruzzo. Condottiero in campo e nella vita, Massimo Mascioletti ha fatto brillare i colori neroverdi fino alla Nazionale Italiana.

Nonostante il “placcaggio alto”, il grave malore che ha subìto nell’ottobre 2009, l’ex ala classe ‘58 non vuole saperne di arrendersi e, con la grinta negli occhi di uno che vuole tornare a stringere i pugni, rivendica il proprio ruolo da combattente.

Sorridente, con il gel nei capelli e la maglia amaranto della onlus “L’Aquila per la vita”, Supermas accoglie AbruzzoWeb a casa sua per una lunga chiacchierata sul rugby italiano e non solo.

Ironia della sorte, dopo due scudetti vinti da giocatore nel 1981 e nel 1982 con la casacca della sua città e uno da allenatore nell’indimenticabile finale del ’94 a Padova contro il Milan di Silvio Berlusconi, Mascioletti sceglie di non parlare dell’Aquila Rugby, un silenzio che la dice tutta dopo l’uscita in punta di piedi dal club in estate.

Da giocatore, definito dall’ex ct azzurro Pierre Villepreux “l’ala adatta al campionato francese”, ha giocato anche da esterno. Da allenatore, dal ’94 è stato il vice di George Coste in nazionale, per poi diventare il 1° luglio 1999 il coach azzurro; fino al 2001 ha lavorato con l’under 21 e come responsabile tecnico delle nazionali giovanili. Supermas per quattro anni è stato sulla panchina della Capitolina.

Recentemente insignito assieme ad alcuni suo ex giocatori della medaglia di bronzo al merito civile dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per aver contribuito nella tragica notte del 6 aprile 2009 all’evacuazione del reparto di Geriatria dell’ospedale San Salvatore del capoluogo, per la leggenda Mascioletti i terremoti della propria vita sono due.

Definendosi tuttora il vice di Coste, l’ex ala aquilana rivolge indietro lo sguardo alla sua carriera: dalle mete segnate in neroverde con Serafino Ghizzoni “il gemello di meta” all’epico esordio dell’Italia con i leggendari All Blacks.

Dai passaggi cruciali ovali di ieri come il “professionismo” e l’ingresso nel Torneo del Sei Nazioni, l’ex direttore tecnico si sofferma sul recente ingresso delle franchigie nella Magners League e sulle fisiologiche ripercussioni tecniche nel massimo campionato italiano, quello d’Eccellenza, facendo carpire ai lettori positività nel futuro nelle varie “fasi”, dall’alto della propria esperienza e competenza.

Il 2000 è l’anno della svolta del rugby in Italia con l’ingresso nel Torneo del Sei Nazioni. Ultima tra le grandi, la Nazionale azzurra è ormai reduce da 11 anni di “gavetta”. Crede sia arrivato il momento di fare qualcosa in più in termini di risultati?

Quando giochi ad alto livello è possibile che i risultati non vengano subito e la gavetta si deve fare. In Francia il rugby è visto come primo sport, in Inghilterra, Galles, Irlanda e Scozia è tutto rugby. Penso che l’Italia sta facendo quello che si deve fare, ma ora si deve fare un po’ di più perché i nostri ragazzi giocano nelle squadre più importanti d’Europa e si distinguono veramente bene.

Come vede il cambio sulla panchina Azzurra Nick Mallett-Jacques Brunel?

Quando finisce un ciclo è possibile cambiare un allenatore anche se è bravo. Penso che la novità faccia bene a tutto il rugby italiano perché abbiamo già lavorato con i francesi che sono più vicini alla nostra mentalità e guardano tutto il rugby italiano rispettandolo. Conosco Brunel di fama, ha allenato la Francia e ha avuto esperienze con club ad altissimi livelli, vedi quella con il Perpignan nella stagione 2009/2010.

Cosa pensa degli oriundi in Nazionale, potrebbero “togliere” il posto ai nostri giocatori?

In tutte le squadre del mondo ci sono giocatori oriundi “eleggibili”; in Inghilterra c’è un samoano, negli All Blacks, un fijiano-samoano. Bisogna crescere i giocatori italiani all’alto livello e misurarsi ad alto livello. L’Italiano non è di meno degli altri se si allena da sin piccolo fisicamente, mentalmente, tatticamente e tecnicamente. Bisogna pensare maggiormente alla formazione dei giocatori e far crescere maggiormente il movimento dei giovani.

Dal 1995 il rugby si è aperto al professionismo. Nel nostro Paese crede sia stato un falso passaggio?

In Italia non c’è il professionismo. I ragazzi prendono rimborsi per vivere che non gli cambiano la vita. Per parlare di professionismo bisogna avere risultati e numeri importanti. Quando giocavo io avevamo un lavoro e ci allenavamo. Oggi gli atleti prendono uno stipendio, ma non risolvono la vita.

In molti sostengono che con l’ingresso nella Magners League delle due franchigie italiane, Aironi Rugby e Benetton Treviso, il massimo campionato d’Eccellenza sia diventato una competizione di seconda fascia, crede la Celtic sia “distruttiva”?

Le franchigie, dove giocano i giocatori più evoluti, servono al rugby nazionale e alla nazionale. Lì giocano al massimo tutto l’anno. Penso ci sia bisogno di una franchigia in più, quella del Centro-Sud per riunire da Nord a Sud, quando saremo pronti a metterla in piedi. I primi 2-3 anni il campionato ne risentirà, ma se si lavorerà con i ragazzi per l’alto livello, anche il campionato crescerà. Non basta confrontarci tra di noi, ma bisogna confrontarsi con l’alto livello che non deve dimenticare la base per creare il rugby di qualità. Se lavoriamo bene con i giovani il campionato risale. All’inizio è questo lo scotto da pagare. 

Come vede l’utilizzo del sintetico nel rugby?

Il sintetico di nuova generazione lo vedo bene anche all’Aquila, dove il terreno in erba dura due mesi e non è possibile allenarsi con il campo ghiacciato. Nei campi sintetici di nuova generazione l’altezza dell’erba per il rugby è maggiore e il campo è più morbido. La soluzione è eccezionale. I ragazzi che incominciano a giocare su questo terreno vincono paura di cadere.

Per tutti Massimo Mascioletti è stato il più forte. C’è stato qualcuno che ha invece impressionato lei?

Ho giocato con giocatori fortissimi. Per me il più forte non esiste perché avevamo delle differenze come giocatori. Io segnavo le mete. Negli anni ’80, ’81 e ’82 c’erano squadre di giocatori fortissimi. Ghizzoni e io eravamo entrambi ali, ma dalle caratteristiche diverse. Lui è veramente un grande. 

Il 28 novembre del 1979 a Rovigo la Nazionale italiana affrontò per la prima volta i leggendari All Blacks. Lei era nel XV azzurro, che ricordo ha di quel match?

(si illumina) Gli All Blacks li avevo visti solo in tv, come l’Haka. Mi ricordo primo il pubblico che arrivava fino alla linea della touche, secondo una partita incredibile che abbiamo perso 12-18 ed era anche possibile vincerla. Volavo sul campo. Ho visto l’Haka davanti a me ed è stata una cosa eccezionale, leggendaria. Pensa che ha una potenza tale da caricare anche l’avversario. Loro ci segnarono subito due mete, poi abbiamo preso le misure e abbiamo giocato alla pari.

È stato il vice di George Coste in nazionale, poi dal 1° luglio 1999 hai “ereditato” la panchina azzurra. La sua esperienza da ct è stata breve, ma intensa…

Sono il vice di Coste sempre, ancora oggi (sorride). Lui è andato via prima del Mondiale e io ho traghettato la squadra. Abbiamo lavorato bene tutti e due per sei anni. George ha aperto la strada per andare al Sei Nazioni. Con la nazionale ha battuto una volta la Francia e una la Francia A, tre volte l’Irlanda, due la Scozia e una l’Argentina. Una volta è stato conquistato il titolo di Campioni d’Europa. È stato un periodo bellissimo. Chi riposava nell’allora torneo del Cinque Nazioni sfidava l’Italia.

Il 19 ottobre 2009 lei si è trovato ad affrontare un avversario imprevisto. La notizia del malore di Mascioletti è rimbalzata velocemente e il mondo del rugby nazionale e internazionale ha vissuto momenti di apprensione.. Quanto il rugby le ha dato la forza per “avanzare”?

Ho subito trovato la forza di avanzare. Ho reagito subito perché ho sentito il sostegno di tutti. Ho avuto un brutto ictus: non parlavo, né camminavo. Il rugby mi ha insegnato tanto, ad accettare quello che ti capita e superare le difficoltà come nella vita. Adesso ancora combatto per andare più in alto. Il mio primo terremoto è quello che ha colpito L’Aquila la notte del 6 aprile 2009, il secondo è quello che ho subìto sulla mia pelle. È normale che ci siano alti e bassi e bisogna accettare quello che ti capita.

La palla ovale è uno sport democratico e c’è spazio anche per le donne. Cosa pensa del rugby femminile?

Le ragazze sono brave. Quando le donne fanno una cosa la fanno bene. Ho allenato una volta la Nazionale femminile e ho vinto con la Francia. Le donne sono più “serie” di noi. Quando dicono una cosa la fanno bene.

Andrea Masi è l’ultimo giocatore di un certo livello “made in L’Aquila” in ordine di tempo. Come mai non ne nascono più?

Masi è un vero e proprio talento. Prima a rugby giocavano tutti, adesso no. Occorre un programma tecnico per far venire i ragazzi al campo. Bisogna lavorare molto più di prima, adesso dipende dalle società.

Guardando il panorama rugbistico nazionale e internazionale qual è la sua formazione tipo?

Io stimo gli All Blacks e l’Australia e penso che entrambe hanno caratteristiche veramente buone. Il Galles si è comportato bene e la Francia è arrivata in finale nell’ultimo Mondiale in Nuova Zelanda. Fare una formazione tipo è molto complesso perché ci sono troppi giocatori bravi.

Soffermiamoci sul presente. Lei è impegnato in una “tournée” con una serie di seminari del Centro di formazione continua del Comitato regionale abruzzese della Fir…

È in corso un progetto tecnico con il Comitato per parlare di rugby. Finora sono stato all’Aquila, Paganica, Avezzano, Sambuceto e Teramo. Entro la fine del 2011 sarò a Pescara, Lanciano, Vasto e Chieti. 

Cosa c’è nel futuro di Massimo Mascioletti?

La cosa più importante è la mia salute, che devo riprendere. Un po’ alla volta mi rimetterò nel rugby.