L’AQUILA – “Se la Corte dei conti ci condannerà rischiamo 500 sfratti soprattutto nei confronti di famiglie di aquilani proprio mentre in Abruzzo stiamo cercando di dare alloggio ai profughi: sarebbe un suicidio politico, L’Aquila diventerà un detonatore per tensioni politiche”.

Alza ancora una volta il livello della polemica il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, appeso a un filo in attesa della decisione da parte della Corte dei conti in merito all’indagine diffusa nel luglio 2014 sulla mancata cacciata dei morosi che abitano negli appartamenti antisismici ma non pagano i canoni, regolamentati solo di recente.

Cialente è stato citato dalla procura della Corte dei conti insieme all’assessore all’Assistenza alla popolazione Fabio Pelini e all’ex assessore al Patrimonio Alfredo Moroni (oggi direttore amministrativo dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente) nonché alla dirigente Patrizia Del Principe per un danno erariale pari a 11 milioni 871 mila euro, da equamente dividere in ciascuno dei citati.

Di qui la reazione furiosa di Cialente e della sua maggioranza. In una lettera all’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al premier, Matteo Renzi, ha scritto che avrebbe inviato al prefetto una lista di oltre 115 famiglie da sfrattare e così ha fatto, rinnovando l’invito: “Fatelo voi”.

Come sarà la sentenza ancora nessuno lo sa, ma l’orientamento comune è discutere già su quello che accadrebbe in caso di condanna. Non nuovo a “sparate” mediatiche e provocazioni su questo tema, Cialente ha già annunciato di voler spartire la responsabilità di “schiacciare il bottone” della bomba atomica dello sfratto di 500 persone sullo Stato e il governo in primis e sul Consiglio comunale in secundis, e chiama in causa anche il prefetto, Francesco Alecci, evocando problemi di ordine pubblico.

Posizione che a sua volta farà discutere, con alcuni consiglieri che già si smarcano, rimarcando che l’assemblea civica non ha competenza a decidere su questa questione. E il sindaco che chiama questo giornale per controreplicare, annunciando che, sempre in caso di condanna, presenterà due ordini del giorno, uno favorevole e uno contrario agli sfratti, lasciando libertà al Consiglio di decidere il proprio orientamento.

La sentenza comunque viene data per vicina un po’ da tutti, in particolare secondo alcuni ambienti politici, verosimilmente dopo la conclusione dell’Adunata nazionale degli alpini. E Cialente continua a gettare benzina sul fuoco tanto che, dice, “questa volta io non farò il pompiere”.

“Dovrò scrivere al prefetto, se ci dovesse essere la decisione di sfratto lo farò decidere al Consiglio comunale: stiamo parlando di 550 sfratti una città che non ha case popolari e dove abbiamo dovuto stilare un bando per le fragilità”, fa notare il sindaco ad AbruzzoWeb.

“Io mi rifiuto di ospitare questi aquilani negli alberghi, che tra l’altro costerebbero 6 milioni l’anno. Se arriva la sentenza, il governo non può fare altro che applicare la legge e imporre lo sfratto – prosegue – Lo Stato dovrà trovare posti negli alberghi o rimontare le tendopoli, di solito se ne occupano i Comuni, stavolta dovrà pensarci lo Stato”.

“Ho già segnalato a chi di dovere, anche al governo, che questa situazione avrebbe conseguenze gravissime – insiste il primo cittadino – Mi sono arrivati segnali da molte famiglie in sofferenza, potrebbe scoppiare il caso e questi sfratti di massa, ai quali non mi presterò, saranno un problema del governo. Se fossi il prefetto sarei abbastanza preoccupato”.

Cialente chiama in causa il Consiglio, ma non è detto che il cammino sia così lineare: tutt’altro, sarà ricco di ostacoli.

“Se il sindaco viene condannato dalla Corte dei conti non può usare il Consiglio comunale a sua difesa, non mi sembra il luogo più opportuno”, dice su questo tema il consigliere di opposizione del gruppo Appello per L’Aquila che vogliamo Ettore Di Cesare.

Una posizione che, almeno parzialmente, è condivisa anche dal consigliere di maggioranza Giustino Masciocco (Sinistra ecologia libertà).

“Il Consiglio comunale non è tenutario e non ha la facoltà di sfrattare o tenere dentro delle persone – sottolinea – Abbiamo deliberato i criteri per stare dentro il progetto C.a.s.e. Ci sono persone che ci marciano e c’è chi non ce la fa veramente. È un problema sociale, il Consiglio ha stabilito i criteri. Comunque è un bubbone che ci porteremo dietro per molti anni, sia per la costruzione che per la gestione”.

Quanto all’attesa, “le sentenze si rispettano e non si commentano, bisogna andare con i piedi di piombo sulle indiscrezioni. Da molti giorni si pensa venga depositata da un momento all’altro – conclude Masciocco – vedremo anche le motivazioni dell’eventuale condanna”.

CIALENTE BIS: “NON POTRANNO NON VOTARE…”

Successivamente il sindaco ha contattato la redazione di AbruzzoWeb per replicare alle dichiarazioni dei due consiglieri.

“Leggo le dichiarazioni di Masciocco e Di Cesare e resto sorpreso – ha detto – Mi sembra che merga chiaramente per l’ennesima volta la volontà di lasciare le ‘patate bollenti’ e i passaggi più drammatici solo in mano al sindaco, alla Giunta e ai dirigenti. È facile fare il bagnino quando il mare è piatto”.

“Conosco benissimo il regolamento anche perché ho avuto l’onore di essere presidente del Consiglio comunale quando qualcuno come Di Cesare non conosceva neanche l’abc dell’amministrare”, prosegue poi polemico.

Cialente svela che “il Consiglio sarà coinvolto e chiamato a scegliere attraverso due ordini del giorno, entrambi a mia firma. Il primo inviterà il sindaco a non sfrattare i morosi, l’altro inviterà invece a farlo. Non credo – ipotizza – che Di Cesare o altri possano rifiutarsi di votare. O meglio, possono farlo, perché come dice Manzoni il coraggio uno non se lo può dare, ma vorrei ricordare che molti consiglieri, e in particolare Di Cesare, presentano mozioni e ordini del giorno anche quando l’economo acquista le saponette per i bagni”.

Al di là delle battute, comunque, “mi colpisce che su argomenti così drammatici e di infinita valenza sociale e politica, che coinvolgono migliaia di aquilani, qualcuno pensi di giocare al cerino acceso. L’invocata ‘centralità’ del Consiglio comunale – conclude – va conquistata sul campo”.