L’AQUILA – “Vedevo i cittadini danesi con gli zaini in spalla con su scritto ‘emergenza terremoto’, zaini distribuiti dal governo danese, o l’ambasciatore svedese che ogni giorno passava all’accampamento a tutte le ore per controllare la situazione dei suoi connazionali, per non parlare del trattamento riservato ai cittadini statunitensi e canadesi, tra i primi ad essere rimpatriati. Noi italiani, invece…”.
Francesco Quadruccio, 36enne avvocato aquilano bloccato per giorni a Kathmandu, cuore del Nepal terremotato, ha tenuto duro a migliaia e migliaia di chilometri da casa in una situazione non facile e con l’inferno poco lontano dall’accampamento nel quale si era sistemato insieme a una cinquantina di persone di nazionalità diverse.
Alla fine è riuscito, “senza aiuti governativi”, a centrare il volo di ritorno come da prenotazione iniziale, ma a Quadruccio non è andata affatto giù la gestione nostrana dell’emergenza degli italiani bloccati in Nepal, dove lo scorso 25 aprile una scossa di terremoto di magnitudo 7.8 della Scala Richter ha provocato un’ecatombe (si parla di 10 mila vittime) con conseguente emergenza sanitaria.
Quadruccio, che vive e lavora a Bologna, è rientrato in Italia lo scorso 30 aprile (era arrivato in Nepal il 13), dopo essere partito dalla capitale Kathmandu il giorno prima insieme al suo amico con il quale aveva realizzato il sogno di un’escursione sull’Everest, quella montagna stupenda ma tremendamente aspra e complicata che pochi giorni dopo si sarebbe trasformata in una tomba di neve, sassi e detriti.
Ad aspettarlo c’erano i genitori, sua sorella Giulia e la sua fidanzata Alessia Chignoli, che hanno praticamente costituito una vera e propria unità di crisi versione famiglia.
Gli stessi che telefonavano alla Farnesina, alle compagnie aeree, che ricaricavano il telefono cellulare di Francesco, che aggiornavano le informazioni sulla sua bacheca Facebook, che davano ai media quelle poche ma preziose, seppur striminzite, notizie dall’accampamento nel piazzale del Radisson Hotel di Kathmandu, dove le linee telefoniche e internet funzionavano a intermittenza.
“Sono stati giorni difficili ma ho la grande fortuna di poterli raccontare, quindi va benissimo così – dice Quadruccio ad AbruzzoWeb, con gli stessi occhi chiari e sorridenti di quando frequentava il liceo Classico ‘Cotugno’ dell’Aquila – Io che non ho vissuto il terremoto della mia città in quel drammatico 6 aprile 2009 (suo padre Paolo, noto avvocato, ha perso lo studio legale in centro storico, ndr), e che ho ‘beccato’ a Bologna quello che colpì l’Emilia Romagna nel maggio del 2012, ho sentito la terra tremare fortissimo e più di una volta sotto i miei piedi, però a migliaia di chilometri di distanza dall’Italia”.
Seduta con lui, al tavolo di un bar dell’Aquila, città ancora incerottata ma con qualche buon lampo a rompere il buio del presente, c’è pure la sua Alessia, origini calabresi, che ha ancora in corpo l’adrenalina accumulata in poco meno di una settimana fianco a fianco con Giulia e che insieme al suo fidanzato riannoda tutti i fili di questa avventura finita benissimo.
Francesco durante l’intervista mostra le foto di qualche giorno fa, di quando aveva due occhiaie profonde e la barba rossastra, ancora lunga al momento dell’intervista, era stanca e provata come lui, come se avesse preso vita e somigliasse al “proprietario”.
“Il rasoio che ho appena comprato serve a questa”, si tira un ciuffo di peluria e ci ride su Quadruccio.
Ma mostra anche le foto dei crolli, pesanti eppure non drammatici, che hanno “segnato” le zone in cui si trovava al momento del 7.8 e in cui è stato costretto ad arrangiarsi, per fortuna in condizioni che, rispetto al delirio di morte e devastazione delle altre zone di Kathmandu e del resto del Nepal, erano a dir poco miracolose.
“Quando la scossa di 7.8 si è ‘presentata’ – racconta – ero con il mio amico Francesco a una convention internazionale sui tatuaggi, allo Yak&Yeti hotel, vicino Thamel, dove eravamo andati per curiosità su suggerimento di un altro ragazzo italiano. E pensare che all’inizio volevamo visitare Baktapuhr, una cittadina poi messa in ginocchio dal terremoto. Senza dimenticare che nei pressi del primo hotel in cui abbiamo alloggiato due palazzi sono crollati”.
“Sono stati attimi terribili ma siamo riusciti a ripararci sotto un architrave – continua nel suo racconto Quadruccio – anche se l’ho visto aprirsi sopra la mia testa. Tutta la gente che era alla convention, noi compresi, si è precipitata all’esterno, prima nel piazzale dell’hotel che sotto aveva il garage e poi in una piazza. I crolli c’erano stati, la strada era piena di pezzi di muri”.
“Amore, terremoto della Madonna! Ti amo!”, l’insolito buongiorno nepalese via sms alla fidanzata, nel cuore della notte tricolore (le lancette dell’orologio a Kathmandu rispetto all’Italia sono più avanti di circa quattro ore).
A quel punto scatta l’aiuto, casalingo, dall’Italia.
Alessia, che nel fine settimana è stata raggiunta da Giulia “per alleggerire l’assenza di Francesco”, chiama subito l’unità di crisi della Farnesina che le indica il Radisson Hotel, non è lontano da dove si trovano i due Franceschi e, a detta della stessa Farnesina, è un luogo in cui si trovano anche altri italiani sopravvissuti.
“In realtà non c’era nessun italiano – spiega però Quadruccio – deve esserci stata confusione con i nomi di alcuni italiani che avevano alloggiato in quell’hotel. Alla fine noi italiani che via via siamo arrivati e ci siamo accampati ne eravamo una decina, su una cinquantina di persone da diverse parti del mondo”.
Durante il tragitto a piedi da Thamel verso il Radisson, una scossa molto forte costringe Quadruccio e Vetrone a fermarsi, ma, passato un altro spavento, la manciata di chilometri in qualche modo viene percorsa e al Radisson la direttrice, una donna austriaca da anni in Nepal, li accoglie dando piena disponibilità.
Il che, nella lingua di quella emergenza, significa acqua e la possibilità di mangiare, a pagamento, 15 euro a pasto, nella sala ristorante dell’albergo.
Ma si deve dormire fuori.
Francesco e il suo compagno di escursione se la cavano con i sacchi a pelo, altri piazzano le tende e il maltempo successivo al sisma si fa vivo, impossibile chiedere il sole in certi momenti. Intanto, i media nazionali e internazionali impazziscono.
Nel Paese è scoppiato un incubo che sembra non avere fine, si contano morti ovunque, sono migliaia, i feriti pure, gli sfollati saranno un numero incalcolabile.
Quadruccio riesce a comprendere la gravità della situazione dalla tv accesa nella hall dell’albergo, la Bbc e altre emittenti dicono di tutto e di più e il quadro, sommando le informazioni che il ragazzo riesce a cogliere via Facebook grazie a parenti e amici pur con Internet mezzo fuori uso, si fa sempre più chiaro.
L’aquilano comincia subito a organizzarsi per il rimpatrio e tenta di chiamare il console onorario a Kathmandu, visto che in Nepal non esiste ambasciata e quella più vicina e con responsabilità ufficiali in questi casi è a Nuova Deli, in India.
“Ma il console non era rintracciabile, il consolato era chiuso e la segretaria, che non parla italiano ma inglese, diceva di essere in casa e non in ufficio”.
Il sisma capitato di sabato, insomma, è ancora più problematico di quanto ci si aspettasse.
Il primo, ciancicato contatto con l’ambasciata italiana a Nuova Deli arriva il giorno dopo, nella notte di domenica 26.
L’unità di crisi della Farnesina, invece, addirittura il giorno dopo ancora, ma la linea cade e dovranno passare 24 ore prima di risentirsi, un’eternità.
Nel frattempo Alessia e i genitori di Quadruccio si muovono per ricaricare di continuo la scheda del cellulare di Francesco per poco meno di una decina di telefonate e un po’ di sms, i messaggini di testo che sotto quel cielo e in quella precarietà sembrano, di fatto sono, il modo migliore per tenere in piedi la macchina incerta delle comunicazione.
E mentre in Italia Alessia si fa forza con Giulia e con i genitori di Francesco, le prime vergogne cominciano ad emanare un tanfo terribile.
Con il governo italiano ancora in ambasce, con alcuni connazionali morti, con i ritardi nella ricognizione dei superstiti e le comunicazioni zeppe di indicazioni e notizie “ufficiali” prive di riscontro sul campo, senza contare l’arrivo comodo del console e delle autorità della Farnesina a Kathmandu, le compagnie aeree di mezzo mondo attaccano a speculare senza freni inibitori, gonfiando i prezzi a ogni clic sulla tastiera del computer fino a toccare la cifra di 4.800 euro.
E quelle telefoniche, italiane, da par loro, non danno alcun aiuto a differenza di un paio di operatori del Regno Unito, che avevano almeno tentato di passare per benefattori mettendo a disposizione pezzi di linee gratuiti.
A Quadruccio e a Vetrone, in ogni caso, viene consigliato di raggiungere il piccolo aeroporto internazionale di Kathmandu: “È aperto”, assicurano le autorità italiane, nonostante in Nepal l’aeroporto fosse chiuso tranne che per i voli umanitari e nonostante da lì, assicura Francesco, vedessero atterrare e decollare solo aerei ed elicotteri militari.
D’altra parte, continua Quadruccio nel racconto, “la parziale chiusura dello scalo era testimoniata anche dall’arrivo di giornalisti statunitensi a bordo di aerei per gli aiuti umanitari”.
Lunedì 27 tentano il colpo, forse due posti su un aereo li trovano, le compagnie aeree al telefono hanno assicurato i voli ad Alessia e Giulia.
Qualche italiano intanto riesce ad andare via non si sa come, “probabilmente cacciando di tasca propria migliaia di euro per un volo last minute”, intanto nel piazzale del Radisson ne restano quattro, compresi Quadruccio e Vetrone.
Le scosse di terremoto non la smettono più di tormentare il Paese e “i contanti per andare avanti iniziano a scarseggiare e i bancomat sono tutti fuori uso”. Il Nepal purtroppo si sta sgretolando.
Alla fine i due arrivano all’aeroporto con un taxi scovato per strada e trovano la struttura aperta “ma con gli uffici delle compagnie aeree chiuso e non così danneggiata come dicevano alcuni media”.
Solo che di gente che vuole andare via, soprattutto nepalese, ce n’è tanta, cerca la vicina India. Ci penserà la polizia “con delle lunghe canne di bambù al posto dei manganelli” a tenerla lontana, mentre il cielo è trafficato di aerei militari ed elicotteri con i carichi di aiuti umanitari.
Martedì 28 si vedono finalmente il console e un funzionario dell’unità di crisi della Farnesina.
Il biglietto di ritorno prenotato precedentemente è per il giorno successivo, mercoledì 29 aprile, ma in caso di guai all’aeroporto serve lo Stato italiano che, però, continua a latitare, ad agire in modo scomposto, “non come altri Stati che, a quanto pare, hanno imposto l’atterraggio dei propri aerei militari, mentre il nostro aereo, una volta scaricati i rappresentanti italiani, se n’è andato e nessuno sapeva quando sarebbe tornato”, lo sfogo di Quadruccio.
Tra sms inutili e contrastanti inviati sul cellulare di Quadruccio e dei connazionali col copia e incolla, la permanenza a Kathmandu sembra non avere fine.
“Il funzionario italiano ci ha chiesto quanto avessimo in tasca; c’era la possibilità di prendere una stanza in albergo in attesa di ripartire, quantomeno per poterci cambiare e fare una doccia, addosso avevo gli stessi vestiti che portavo il giorno del terremoto. Risultato? Duecento dollari di tasca mia per poter usare una stanza, cioè la doccia, al quinto piano. Sarà durata forse qualche minuto, ma a me è sembrata un’eternità. Alla fine ho dormito nella hall dell’albergo!”.
Pian piano, comunque, qualcosa si muove, anche se resta la poca precisione nelle comunicazioni da parte dell’unità di crisi della Farnesina, una costante dall’inizio, tanto che, ad avvisarla della presenza di Francesco in Nepal era stata, in anticipo sul ministero degli Esteri, la sua fidanzata, nonostante il giovane avesse regolarmente segnalato la propria presenza nel Paese e registrato i numeri da contattare in caso di problemi sul sito internet viaggiaresicuri.it, gestito, guarda caso, dalla Farnesina stessa.
E al funzionario italiano spedito in Nepal con cui è in precario contatto, è Quadruccio a suggerire di chiamare l’hotel in caso di cellulare fuori uso per ragguagli e informazioni.
Il 29, con fatica, scocca.
Su Facebook da un po’ mancano gli aggiornamenti, lui e Alessia hanno deciso di non scrivere più nulla se non a cose fatte, parenti meno stretti e amici capiranno. Ormai nessuno dorme, ma il nervosismo deve restare tale e non trasformarsi in isteria.
Alessia cerca come può di dare informazioni corrette ai media, ma i tg sono un fiume in piena e ci scappa pure qualcosa di non vero, come la voragine sulla strada verso l’aeroporto.
“Dovevamo provare di nuovo proprio con l’aeroporto, che nel frattempo era stato totalmente riaperto – spiega Francesco – e così abbiamo fatto. Il senso di abbandono, quasi di disinteresse, da parte del governo che avrebbe dovuto tutelarci era ormai troppo forte. Ma la beffa ci aspettava dietro l’angolo, sottoforma di sms che mi informava dell’organizzazione di un volo C-130 per il rimpatrio. La mia risposta, immediata, non poteva che essere negativa. Ero già a bordo dell’aereo che mi avrebbe portato via dal Nepal per riavvicinarmi all’Italia. Senza l’aiuto del governo italiano”.
Sul finire della lunga chiacchierata con AbruzzoWeb, Francesco ci fa capire chd ha voglia di abbracciare virtualmente alcune persone: il ragazzo tuttofare sorridente del Radisson che, pur mezzo squattrinato, gli ha fatto avere un accendino, il suo, che Quadruccio conserva ancora in saccoccia perché il tuttofare sorridente non lo ha rivoluto indietro “e che fatica fargli accettare pochi spicci per ringraziarlo”; Puskar, la guida che ha accompagnato lui e l’altro Francesco fin quasi al campo base dell’Everest, 5 mila metri di altitudine, che è sano e salvo, lo hanno rivisto dopo il terremoto; e lo sherpa Kharma, senza cognome, il piccolo grande uomo che si è caricato sulle spalle una ventina di chili di zaino da portare su quella montagna bella e maledetta.
Sulla quale, forse, anche se le preghiere sono toste toste, potrebbe aver trovato la morte.
“Gente meravigliosa quella del Nepal – conclude Francesco, che ce l’ha fatta a dormire e a rimettere su quella pancetta svanita lontano da qui – l’ho vista scavare senza aiuti di esperti per recuperare i propri morti, in silenzio, con la sola forza della disperazione che si fa dignità. E con la stessa dignità l’ho vista recuperare i morti degli altri, dopo aver sistemato a terra i familiari”.
Se un giorno Quadruccio tornerà in Nepal non è dato saperlo, non ora.
Ma se per caso lo ha già deciso, oppure ha deciso di non rivederlo mai più, lo farà sapere lui.
Se vorrà, ovviamente. Perché adesso ha soltanto bisogno “di stare tranquillo per un po’”.





