Dalla “casta” alla vita normale. Alcuni hanno ripreso il vecchio lavoro, altri si sono reinventati qualcosa da fare, al di là della politica. AbruzzoWeb ha avviato un ciclo di interviste tra i consiglieri e gli assessori regionali della passata legislatura non rieletti, per capire a che cosa hanno deciso di dedicarsi e come vedono l’attuale lavoro della nuova governance con gli occhi di “normali cittadini”.

PESCARA – Carlo Costantini, pescarese, classe 1962, avvocato cassazionista, fino a pochi mesi fa era consigliere regionale dell’Italia dei valori e poi del Movimento 139.

Alle elezioni regionali dello scorso maggio, però, ha deciso però di non ricandidarsi e così si è interrotta una lunga esperienza istituzionale, per uno che nel 1993 diventò consigliere comunale a San Giovanni Teatino (Chieti), poi assessore e poi sindaco.

Dal 2000 al 2005, Costantini è consigliere regionale con i Democratici e contemporaneamente consigliere comunale di Pescara.

Nell’aprile 2006 diventa deputato, eletto nella lista abruzzese dell’Italia dei Valori. In governo cade subito, ma nel 2008 viene eletto nuovamente deputato nella lista dell’Italia dei Valori. 

Il leader Idv Antonio Di Pietro lo sceglie poi come candidato presidente per l’Abruzzo alle elezioni del 14 e 15 dicembre 2008, ed ha avuto l’appoggio del Partito Democratico e delle forze di sinistra. 

Perde però le consultazioni regionali contro Gianni Chiodi e il 16 gennaio 2009 comunica la decisione di lasciare il parlamento dimettendosi dalla carica di deputato per restare in Abruzzo. 

Nel 2012 è nominato da Di Pietro commissario straordinario per l’Italia dei Valori nel Lazio. Ma nel 2013, in polemica con la scelta di Di Pietro di non tenere primarie aperte per rinnovare il partito in seguito alla sconfitta della lista Rivoluzione civile, fonda insieme al sindaco di Palermo Leoluca Orlando il Movimento 139.

Allora Costantini, com’è la vita fuori dai palazzi del potere?

Non mi lamento affatto, faccio l’avvocato e il mio impegno civile prosegue come e più di prima, ma fuori dal palazzo. Fino a qualche anno fa ero convinto che la politica nelle istituzioni potesse cambiare le cose. Oggi invece sono convinto che senza un cambiamento radicale di sistema il ruolo della politica sarà sempre meno incisivo. Un deputato, un consigliere, un assessore, resteranno solo per prendersi gli improperi dei cittadini perché al sistema, a chi davvero comanda, fa comodo consegnare in pasto all’opinione pubblica un colpevole.

Meno male che c’è la sua Nuova Pescara…

In questi mesi sono impegnato in quel grande progetto della città metropolitana, con la fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore. Ma sono stato anche fortemente coinvolto nella costituzione di ‘Riscossa italiana’, diritto ed economia per la democrazia costituzionale’, associazione a cui hanno aderito giuristi, economisti, esponenti del mondo della cultura, associazioni ed individui impegnati sul fronte della critica all’assetto dei Trattati europei, in una cornice pluralista tra diverse aree di pensiero democratico.

E concretamente cosa farete?

Vogliamo difendere i principi fondamentali della nostra Costituzione usando la leva del diritto. Il tema fondamentale è che i Trattati europei hanno minato parti immodificabili della nostra Costituzione. E si possono cominciare a promuovere ricorsi contro provvedimenti attuativi di leggi dello Stato che violano questi principi. Basti citare l’articolo 1 della Carta, in cui si scrive che la sovranità appartiene e al popolo. Ebbene, i titoli dei giornali sono pieni di dichiarazioni di ministri e politici vari che sostengono che una quota di sovranità dovrebbe essere ceduta all’Europa. Dal mio punto di vista questa è eversione costituzionale allo stato puro. Il fiscal compact, cioè l’obbligo di pareggio di bilancio, seppure inserito a forza nella Costituzione, viola i principi fondamentali, a cominciare dal diritto al lavoro, perché è evidente che con la compressione forzata della spesa e degli investimenti, si genererà disoccupazione di massa. Tra il pareggio di bilancio e il lavoro costituenti scelsero il lavoro.

Non ha una buona opinione dell’Europa.

No, assolutamente, perché  l’unione monetaria doveva seguire l’unione politica e invece è accaduto il contrario. Ed oggi gli stati membri sono più lontano tra di loro di quanto non siano mani stati. Dobbiamo recuperare gli strumenti che tutti i paesi del mondo usano per superare le crisi, a partire dagli Stati Uniti, ovvero la sovranità monetaria, la possibilità di creare moneta.

Torniamo alla politica nostrana. Che opinione ha del premier Matteo Renzi?

Un simpatico chiacchierone, perfettamente adeguato ai nostri tempi. Dice ogni giorno il contrario di quello che ha detto il giorno prima. Ma il problema non è Renzi. Destra e sinistra non esistono più. Chiunque è al governo ha già il compitino scritto che deve eseguire.

Anche il presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso deve fare un compitino già scritto?

Più o meno, anche lui vive la dimensione ingabbiata che vivono tutti i suoi colleghi. Tanto che appena eletto ha dovuto mettere i ticket sulla riabilitazione che avrebbe messo anche Gianni Chiodi, se fosse stato rieletto presidente, e chiunque altro, alla faccia della democrazia e dell’utilità del voto.

E della riforma della pubblica amministrazione appena approvata in Consiglio regionale, cosa ne pensa?

Serve più che altro a concentrare il potere nelle mani di D’Alfonso. La vera, unica riforma, sarebbe quella di spazzare via il 90 per cento dei procedimenti amministrativi che servono per il rilascio di autorizzazioni inutili. Ma questo si ha paura a farlo, perché si pestano i piedi ai gruppi di potere.

E chi sarebbero?

I burocrati della pubblica amministrazione, ma anche di medio livello, i veri colpevoli dello sfascio, gente che costruisce norme astruse solo per costringere gli imprenditori a passare nel loro imbuto.  E anche all’interno della Regione, ci sono personaggi che se non potessero più dire ”si” o ”no”, non avrebbero più ragione di esistere. Per toglierli di mezzo bisogna togliere di mezzo le funzioni inutili che esercitano.

Va bene che ha detto che oramai con il fare politica dentro le istituzioni non si cambia il mondo, ma da consigliere regionale qualcosa avrà pure ottenuto, o no?

Sono contento del risultato ottenuto con la legge organica sulla semplificazione amministrativa, che porta la mia firma, che ha snellito le procedure e responsabilizzato i dirigenti. E sono orgoglioso della battaglia solitaria che ho fatto contro la Protezione civile e il dissennato progetto C.as.e. realizzato nel dopo terremoto a L’Aquila. Mi hanno denunciato in varie procure italiane, mi hanno trascinato in giudizio chiedendomi milioni di euro di danni solo perché tentavo di mettere in guardia gli aquilani da una modalità di appaltare i lavori in tutta fretta che non dava nessuna garanzia di legalità e di risultato ottimale. Adesso non lamentiamoci se al progetto C.a.s.e. i balconi crollano da soli.

Nel 2008, lei parlamentare dell’Italia dei Valori si candidò a presidente della Regione, ma perse contro Gianni Chiodi, decise però di rinunciare al seggio a Roma e di fare l’opposizione in Consiglio. Se ne è mai pentito?

Sono stato coerente. Molti altri miei ex-colleghi non lo avrebbero fatto. Per dirla tutta, la coerenza costa. Avendo fatto a Roma solo due anni di mandato e dimettendomi, non ho maturato il vitalizio. Non riceverò tanti benefit di cui godono gli ex onorevoli, come ad esempio l’assistenza medica gratuita, biglietti aerei gratis vita natural durante e così via.

Dovrà insomma rassegnarsi a pagarsi di tasca propria il dentista e il biglietto del treno come fa il 99 per cento degli italiani?

Sono privilegi odiosi e non dovrebbero appartenere all’ambito degli obiettivi che una persona si pone se decide di fare politica. La politica è servizio, non tornaconto personale. Filippo Tronca