L’AQUILA – “Questa classe dirigente aquilana si è scontrata con qualcosa di troppo grande per chiunque e abbiamo dovuto fare da soli con le istituzioni a volte vicine, a volte lontane”.
Si è ripresentato con queste prime parole, a mostrare la sua debolezza, Massimo Cialente, per annunciare il suo ritorno in tolda di comando come sindaco dell’Aquila.
“Per me non è una conferenza facile, viene dopo giorni difficili per me, per la maggioranza e per la città”, ha esordito.
Cravatta a righe e volto tirato, che ha trovato un’espressione distesa solo al termine della conferenza fiume nell’aula consiliare, anche se la vista del sit-in dei comitati e delle sue immagini ritoccate a pagliaccio e foto segnalatica gliel’hanno riguastata ancora.
Un Cialente che ha scontentato i comitati e chi gli chiedeva di spingere definitivamente sull’acceleratore per rimandare al voto il Comune capoluogo.
Ha spiegato di essersi dimesso perché “su questa vicenda si è scatenata una campagna rivolta non solo su di me. Eravamo tutti pronti a sacrificarci, io e la mia maggioranza, purché l’immagine rimanesse indenne – ha proseguito – E invece no, ho visto che l’etichetta di città del malaffare, dove sono tutti corrotti, è aumentata”.
Ha proseguito raccontando di aver ricevuto “una manifestazione d’affetto che mi ha quasi sommerso, gli aquilani hanno capito che siamo stati gli unici difensori”.
Anche se l’inchiesta “Do ut des” ha travolto l’amministrazione e questo il sindaco non lo ha negato. “Non parlo di Tancredi, consigliere d’opposizione, ma il fatto che un funzionario o il vice sindaco possano aver sbagliato è come sentirsi abbandonato da un padre, questo è il senso del disorientamento della città”.
Eppure, “altro che magna magna, noi abbiamo magnato la polvere delle macerie e della distruzione”, ha rivendicato.
Di qui la nuova mission, con l’aiuto anche di uomini nuovi come Trifuoggi: “Dobbiamo difendere l’immagine di questa città nel Paese. L’articolo del Sole 24 Ore segna un salto di qualità. Non si può dire su un giornale serio, al di là degli insulti personali, che questa città chiede all’Italia 60 miliardi, è falso – ha detto anche Cialente – E poi l’attacco al magistrato della Grandi rischi (il pm Fabio Picuti, ndr). Che cosa sta succedendo, il gusto dello scoop o altre cose?”.
Spetterà al nuovo corso del Comune chiarirlo di qui ai prossimi tre anni. “Non sono Nembo Kid”, ha ammesso Cialente ripetendo quanto aveva detto di se stesso Giovanni Lolli, “però faremo la battaglia e la vinceremo perché siamo onesti e siamo anche tosti”.






