L’AQUILA – Un’Università che faccia ricerca di alto livello in rete con altri atenei non solo abruzzesi, che non accolga studenti a frotte, che dica la sua sulla ricostruzione dell’Aquila, e nella quale si lavori e si viva meglio.
Questi alcuni dei capisaldi del programma della prof Paola Inverardi, già preside della facoltà di Scienze dell’ateneo aquilano e oggi direttrice di dipartimento, che qualche giorno fa ha rotto gli indugi uscendo per prima con la formalizzazione della sua candidatura a rettore in vista delle elezioni del prossimo 30 maggio.
Sulla candidatura ha espresso subito il plauso il rettore uscente, Ferdinando Di Orio, da 9 anni (2 dei quali di proroga) in sella, ancora a caccia di un ‘delfino’, mentre anche gli ‘oppositori’ sembrano interessati a valutare il programma della prof.
Che, però, ne ha per entrambi. Al rettore rivendica intanto l’estensione del mandato, “molto lungo, difficile da reggere con la spinta iniziale”, ma anche la visione strategica, la “moltiplicazione dei pani e dei pesci” con le tante facoltà poi insostenibili create. Critiche anche sul post-sisma, “com’era e dov’era non vale neanche per l’Università” e sul ruolo nella ricostruzione, “dovevamo essere coscienza critica, ma non abbiamo nemmeno organizzato un convegno”.
Anche l’opposizione, però, riceve le sue bacchettate dalla Inverardi. In primis viene definita “personalistica, caciarona”, “ci ha portato sui giornali ma senza vantaggio”, mentre un’altra opposizione, “invisibile”, lavorava “a livello istituzionale”. Quanto al decalogo sottoposto dal prof di Medicina Sergio Tiberti, leader degli oppositori, contiene “cose ovvie”. Niente sconti per nessuno, insomma.
Anche lei è convinta che il prossimo rettore avrà più grane che onori?
Il prossimo rettore prenderà una situazione che per il contesto nazionale e per quello locale certamente non è comune. Non sarà in linea con quelli che sono stati i precedenti mandati. Dipenderà molto da come verrà interpretato il ruolo: chi si è candidato conosce le difficoltà, ma almeno a me spinge l’idea che si possa creare una prospettiva di sviluppo dell’ateneo nella città da ricostruire. In questo ci saranno tante gratificazioni anche se non onori nel senso classico del termine. Riuscire tutti insieme, non da solo il rettore, a centrare uno sviluppo sostenibile e innovativo e funzionale alla città dell’università è il tema centrale
Chiariamo un punto, la sua candidatura è in continuità o in opposizione all’attuale governance?
Vorrei parlare per qualcosa e non contro qualcosa. Ci sono forti elementi di discontinuità, al di là delle persone. Primo, la rivoluzione che ha investito il sistema, che parte da molto prima della riforma Gelmini. Secondo, l’elemento terremoto. Se parliamo dell’attuale rettorato, entrato in carica nel 2004, sono intervenuti cambiamenti fortissimi. Questo avrebbe reso necessario un ripensamento globale del modello di sviluppo, che non poteva essere più quello di prima per una ragione oggettiva, non c’era più l’attrazione della città. Buon senso avrebbe voluto, in questo c’è una mia critica chiara, da subito una prospettiva diversa. Invece dal 2009 è rimasto tutto com’era prima. “Com’era e dov’era” non vale neanche per l’università. Devo anche dire che i due anni di proroga non hanno giovato. Affrontare traumi di questo genere a fine mandato è complicato, ha esaurito sua spinta propulsiva. Scelte strategiche non se ne fanno.
Qual è il suo giudizio su 9 anni di mandato del rettore uscente?
Premetto che la campagna elettorale non deve essere un giudizio sui 9 anni, ma deve avere il dovere e il coraggio di guardare avanti senza farsi condizionare nella progettualità dall’esperienza passata. In generale penso che 9 anni siano tanti, un periodo molto lungo, difficile da reggere, soprattutto in presenza di eventi traumatici, con stessa spinta che forse uno poteva aver avuto all’inizio. Io anche all’inizio, nel 2004, non condividevo l’impostazione di Di Orio, il mio modello era diverso già in partenza, ma questo è legittimo. Pensavo che tentare di fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci con le stesse risorse non era una mossa fondata. La creazione di tante facoltà ha visto buone intuizioni ma poi non ci sono stati investimenti, perché non si poteva.
Al rettore e alla sua governance si è opposto il nucleo dei cosiddetti “oppositori”. Come ha visto questa operazione?
L’opposizione l’ho percepita come molto personalistica e caciarona, ha portato l’istituzione sulle pagine dei giornali ma senza che ce ne fosse un reale vantaggio, anzi, un po’ a decremento. Alcune battaglie, anche giuste, non hanno poi portato a reali avanzamenti della democrazia interna per via di questa contrapposizione così forte. Anzi, l’opposizione ha polarizzato. C’è invece una larga fetta che ha fatto battaglie all’interno delle istituzioni, se per ‘oppositori’ si intende chi non ha condiviso tutte le scelte della governance. Un’opposizione invisibile sigli organi di stampa, ma che ha fatto suo mestiere.
Per indirizzare i loro voti gli oppositori vi hanno sottoposto un decalogo, che ne pensa?
Le dieci regole sono state tirate fuori dal prof Tiberti ma nell’incontro si è parlato soprattutto di idee per il futuro dell’università. Includono anche l’impostazione dei vari candidati sulla governance, i rapporti con esterno eccetera, sono cose abbastanza ovvie. L’ultimo punto, poi, è inutile: il nostro statuto già prevede dopo 2 anni la possibilità di una mozione di sfiducia con due terzi dei voti, non è che lo dobbiamo sottoscrivere ora.
Nella sua lettera chiede un dibattito “ampio e trasparente” sul futuro dell’Ateneo. Appena uscita, il rettore ci è ‘montato su’ con una nota stampa in cui chiede che il dialogo “coinvolga anche la comunità cittadina”. Che ha pensato?
Penso che la città debba conoscere le problematiche della sua università. Non certo perché possa influenzare l’elezione in alcun modo: il rettore non viene eletto dal potentato interno né da quelli esterni ma dalla comunità studentesca. È però importante che la città sappia di cosa si sta discutendo perché l’Ateneo è un elemento chiave per la rinascita del territorio e quale sia il tipo di progetto non è ininfluente, la città non si può chiamare fuori. Non è più come prima, quando gli atenei esistevano perché così era deciso dal governo centrale, arrivava un certo fondo di funzionamento e le cose restavano così.
Che tipo di modello di business pensa per la “sua” università?
Se uno vuole tanti studenti con tanti corsi triennali e pochi dottorati e master, è un modello di business più orientato alla formazione di primo livello perché ha meno possibilità di farlo a livello avanzato e quindi fa meno ricerca. Non è tanto lontano da noi, Teramo, per esempio, per bocca del suo rettore, bravo e lucido, ha chiaramente detto che loro di dottorati riusciranno forse a farne uno solo in Scienze giuridiche. Noi siamo nati più robusti, con grosse concentrazioni di competenze per una ricerca di buona qualità, difendibile: ci possiamo permettere un modello più ambizioso. Non significa che non vogliamo gli studenti ma solo l’eccellenza. Tuttavia, se trasferiamo conoscenza ma non la produciamo noi, si abbassa la capacità di stare nel mercato.
A proposito del numero di studenti, con il ritorno delle tasse da pagare ci sarà un crollo secondo lei?
Sicureamente ci sarà una modificazione, più o meno profonda non lo so, dovremmo studiare i dati. La cosa sarà molto più sensibile in alcuni settori che hanno usufruito dell’esenzione e assorbito il maggior numero di studenti. I corsi di laurea più scientifici e tecnologici non sono normalmente aree di parcheggio. Ho visto che abbiamo avuto un cambiamento (quest’anno diminuito) nella mia laurea, quella di informatica: si è incrementato in questi anni il numero degli studenti lavoratori, mai laureati, che, non pagando, si reimmettono. Morfologicamente la popolazione studentesca un po’ è cambiata, ma uno studio preciso non è stato mai fatto. Non sappiamo l’età media. In alcuni corsi, poi, oltre all’esenzione conta anche che siamo tra i pochissimi senza numero programmato. In Scienze motorie, Biologia, Biotecnologie, Psicologia, si riversano le aspettative di decine di studenti che vogliono fare il concorso al secondo anno per un corso a numero programmato.
L’Ateneo unico regionale si farà mai?
Prima bisogna stilare un progetto, poi, semmai, ci si mette insieme. Non dico di no, ma bisogna dirsi chiaramente perché la vogliamo questa università unica abruzzese, qual è l’obiettivo? Se fossimo finanziati dalla Regione avrebbe un senso, una ‘nazionalizzazione regionale’. Se avessimo un mercato di studenti solo regionale avrebbe un senso, quello di non farci concorrenza solo tra noi. Ma non è così. Ha senso stringere accordi con gli atenei geograficamente più prossimi, ma non solo dentro confini regionali. Per L’Aquila può essere tranquillamente La Sapienza, Tor Vergata, se quelle competenze, assieme alle nostre, creano un’offerta formativa magistrale molto avanzata per l’ambito nazionale ed estero. Siccome la regione ha 1,3 milioni abitanti, non ci conviene giocare solo su questo tavolo.
Se fosse eletta sarebbe il primo rettore donna dell’ateneo aquilano. Ha importanza o le è indifferente?
Non mi è indifferente, per niente. Un elemento della mia campagna è la qualità della vita e in questi anni, specialmente ora, c’è stata una conduzione poco attenta alla necessità di garantire una forte qualità nel luogo di lavoro. Qui dentro ci passiamo la maggior parte del nostro tempo. La qualità dei rapporti umani si crea con tante cose, la stima reciproca, la percezione precisa di quali siano le prerogative di ognuno. Come donna penso che poter avere più tempo da dedicare alla famiglia sia una cosa importante, quindi è importante non sprecarne in cose inutili, come le pseudo riunioni democratiche, un’attività di democrazia molto esibita. Così come non va bene mitizzare il lavoro continuo, e io lavoro tutti i giorni, solo che non me ne vanto. Bisogna lavorare il giusto. La logica del profitto e della prevaricazione dovrebbero essere minimali. Il fatto che ci arrivi una donna, a fare il rettore, penso possa introdurre elementi di novità importanti in quest’ambito.
L’università con lei cambierà ruolo nella ricostruzione dell’Aquila?
L’università avrebbe dovuto fare da coscienza critica, alzare l’asticella del dibattito, ma non l’ha fatto.
Spesso non è stata chiamata ai tavoli…
Ma il nostro non può essere un atteggiamento passivo. I singoli hanno lavorato ai propri livelli, ma non significa che il sistema abbia svolto il ruolo che doveva svolgere. Abbiamo chiuso tutte le porte, c’è una responsabilità in questo. Non dovevamo aspettare di essere chiamati per diritto divino, ma esercitare il nostro ruolo. Chi si aspettava di essere invitati al tavoli? Però da me alcuni sono venuti, figuriamoci dal rettore, in fondo quasi tutte le sollecitazioni da altri atenei sono passate per noi. Dovevamo essere in grado di veicolarle, fare da terra franca. Abbiamo mai detto una parola su come volevamo vedere la città, abbiamo organizzato uno straccio di convegno per capire che fare? Ci interessava. È un’occasione che ancora non abbiamo perso, in fondo abbiamo ancora decina d’anni per recuperare.



