TERAMO – Due anni fa la vita di Melania Rea veniva spezzata.
Dopo due anni dal delitto diventato uno dei gialli italiani più tristemente noti, sono ancora tanti i perché a cui non è stata data ancora risposta.
La giovane mamma massacrata con 35 coltellate nel bosco di Ripe e trovata il 18 aprile di 24 mesi fa ha lasciato tanto dolore tra i suoi cari, soprattutto alla piccola e innocente Vittoria, che da due anni è senza un padre e una madre.
Suo marito, l’uomo che lei amava e che l’aveva tradita, vive in attesa del processo d’appello. Il caporal maggiore Salvatore Parolisi, condannato in primo grado all’ergastolo, trascorre le sue giornate nel carcere di Castrogno tra lezioni di agraria e di inglese.
Lui ha sempre sostenuto di non aver ucciso la moglie, di averla vista sparire sul pianoro di Colle San Marco in cerca di un bagno.
La verità emersa dal processo, invece, racconta tutt’altro: l’omicida è lui.
Intanto la famiglia di Melania, con l’associazione creata per dire basta alla violenza sulle donne, ha organizzato un convegno per sabato e con una messa che sarà celebrata oggi: tutto a Somma Vesuviana, il paese di Melania, quello in cui vive la sua famiglia.
Melania venne uccisa e il corpo seminudo violato venne ritrovato da un cercatore di funghi che s’imbattè, due giorni dopo, nel cadavere della donna sul quale era conficcata una siringa e che aveva accanto un laccio emostatico.
L’uomo si recò presso una cabina telefonica di piazza San Francesco a Teramo e al centralino della polizia, senza rivelare la propria identità, segnalò il corpo.





