L’AQUILA – “La commissione Grandi rischi non può assumersi le colpe di tutti”.
È dovuto andare contro se stesso, anche se in un altro procedimento, il pubblico ministero della procura della Repubblica dell’Aquila, Fabio Picuti, nel corso del processo per il crollo del Convitto nazionale.
I difensori dei due imputati, il preside del Convitto, Livio Bearzi, e il dirigente della Provincia, Antonio Mazzotta, hanno infatti invocato gli esiti di un altro procedimento della maxi inchiesta crolli, quello appunto contro l’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio, che si è concluso con la dura condanna a 6 anni di reclusione per i sette imputati.
Secondo le tesi difensive, appunto, tra le motivazioni che avrebbero portato i responsabili del Convitto a non evacuare la struttura o prendere altri provvedimenti proprio le rassicurazioni fornite dalla Cgr.
Un punto su cui il pm è intervenuto nelle repliche. “Questo processo non si affronta parlando di cose inesatte – ha sbottato – Oggi ho ascoltato ancora una volta parole in libertà sul terremoto. Sembra come una frase di Dostoevskij, tutti sono colpevoli delle colpe di tutti, ma la Cgr non si può accollare le colpe di tutti”.
“Dire che ha rassicurato Bearzi è un assunto indimostrato – ha proseguito – Per affermarlo, ci sarebbe voluto un contraddittorio di tipo probatorio, non basta un articolo di giornale!”.
Quanto al processo sul Convitto, per il procuratore “la domanda non è di chi è la colpa, perché questo presupporrebbe la ricerca di un capro espiatorio. Io sono il genitore di un bambino di 15 anni, lo faccio studiare all’Aquila e lo affido a una istituzione – ha proseguito – Mi telefonano e mi dicono che è morto all’interno del palazzo che lo avrebbe dovuto ospitare. La morte è un evento naturale, non presuppone necessariamente la morte di qualcuno. Ma stavolta la colpa c’è stata”.
“L’ente Convitto è presieduto da due persone, il dirigente scolastico e l’ingegnere preposto alla manutenzione – ha aggiunto Picuti – Questi soggetti sono in colpa perché lo hanno ospitato in un palazzo fatiscente, pericoloso”.
“Da dieci anni – l’accusa – la Isicrate (Luana, tecnico responsabile della sicurezza della struttura, ndr) affermava che il palazzo fosse fatiscente e a rischio crollo. Loro hanno preso il ragazzo, hanno preso la retta e ce lo hanno tenuto nonostante l’incedere delle scosse. I concetti amministrativi e le leggi sono un frullatore. Qui non stiamo al Tar, questa è l’aula di un tribunale penale. L’intento di questo processo è giustizia semplice, elementare”.






