L’AQUILA – “L’errore più grande nella predisposizione del progetto C.a.s.e. è stato quello di non considerare non solo le abitudini di vita delle persone, ma anche i bisogni più elementari, pratici e materiali”.

È una dura critica quella del professor Enrico Pugliese, ordinario di Sociologia presso l’università La Sapienza di Roma, che ha condotto una ricerca dello Spi Cgil sulle condizioni di vita delle famiglie che dopo il terremoto alloggiano nelle cosiddette “new town” e nei complessi Map (Moduli abitativi provvisori).

La ricerca, che il professore insieme al suo gruppo di ricerca ha svolto sul campo tramite il metodo dell’inchiesta, si è focalizzata soprattutto sugli anziani, risultati più a rischio di disagio psicologico e marginalizzazione.

“La perdita della loro casa e la successiva ricollocazione – spiega – rappresentano per gli anziani, soprattutto per quelli che vivono da soli, motivo di forte disagio psicologico. Per loro il carattere stabile o temporaneo della sistemazione è molto importante: ‘temporaneo’ per loro può significare anche tutta la vita. L’indeterminatezza è una delle cause più gravi del disagio”.

Un altro grande problema è legato all’assenza di servizi in prossimità dei complessi antisismici. “Questi aggregati sembrano essere stati pensati per gente che vive nel Midwest degli Stati Uniti, dove tutti hanno la macchina e guidano fino a 80 anni. Qui non è così e moltissimi anziani non hanno neanche la patente”.

Ancora, “mancano i servizi di prima necessità e il trasporto pubblico risulta insufficiente e inadeguato. Non ci sono luoghi di svago e di incontro, associativi e di partecipazione”.

Inoltre quasi tutti gli insediamenti, spiega Pugliese, “sono piccoli, ed è difficile che si possano trovare persone simili”.

Quella del sociologo è, insomma, una bocciatura su tutta la linea di gestione dell’emergenza abitativa post-terremoto. “È stato prodotto uno scempio urbanistico, si è creata una dispersione territoriale – sbotta – Davanti a tutto questo la gente non si è ribellata. Le ‘new town’ sembravano una sorta di temporanea cuccagna e le persone sono state inizialmente contente di trovare lo champagne dentro casa”.

“Ora, però, è importante agire. E subito”, spiega il professore, che propone due linee di intervento. “Innanzitutto bisogna accelerare la ricostruzione, soprattutto del centro storico, in modo che le persone possano tornare a casa”.

Secondo punto, “si devono creare spazi per la socialità e dare vigore a iniziative già esistenti, come quelle messe in campo da alcune associazioni che hanno creato reti di aiuto e servizi forniti dai volontari”.