L’AQUILA – “Un dispiegamento di forze incredibile, si presentarono con una squadra che, essendomi occupato di vicende giudiziarie di ben altro rilievo dalla Commissione Antimafia, credevo si utilizzasse solo in quei casi”.

Il blitz delle 7 e mezzo del 14 luglio 2008 nella sua casa di Collelongo è rimasto impresso nella mente di Ottaviano Del Turco più dei 18 giorni di prigionia nel carcere di Sulmona.

Otto anni fa scattò l’operazione Sanitopoli che decapitò la Giunta regionale di centrosinistra che presiedeva, cambiando il corso politico dell’Abruzzo. Condannato a 9 anni e 6 mesi dal tribunale di Pescara nel 2013, la Corte d’Appello dell’Aquila il 20 novembre 2015 ha ridotto la pena per Del Turco a 4 anni e due mesi.

“Ricordo che ero sbalordito, senza parole – racconta l’ex ministro delle Finanze ad AbruzzoWeb – ero anche convinto che il chiarimento sarebbe arrivato nel giro di qualche giorno, qualche settimana. Non avrei mai pensato di dover aspettare 8 anni, perché questo è l’ottavo anno, e dover aspettare ancora”.

“Fu incredibile anche il numero di persone e di giornalisti che assisteva alla scena – aggiunge – la notizia ai telegiornali fu data prima ancora che entrassero dentro casa, io non li avevo ascoltati anche perché quando arrivarono gli agenti avevano già staccato tutte le linee. Pensavo che si facesse per i delinquenti pericolosi, ma evidentemente ero diventato tale…”.

I giorni della reclusione? “Mi pare siano stati 18 ma non li ho contati – dice – è stato il tempo necessario a sistemare l’apparato regionale per metterlo a disposizione delle cliniche, solo allora decisero che potessi essere liberato dalla vergogna della carcerazione preventiva”.

Il 15 luglio, ricorda l’ex governatore, “sarebbe andato in Giunta il provvedimento che conteneva le nuove tariffe per le cliniche e il numero di posti letto”.

L’arresto arrivò il giorno prima, “solo così si spiega il blitz”, dice.

In attesa della Cassazione, Del Turco dice di non aver “mai cambiato idea sulla giustizia, avevo idea di cosa fosse il sistema giudiziario italiano, si erano manifestate cose drammatiche ed io ero solo uno dei tanti casi”.

Secondo alcuni, solo da Roma potrebbe arrivare l’assoluzione. “È il centro della vergogna del sistema giudiziario – dice – un magistrato non può avere torto nel luogo in cui esercita le sue funzioni, ma allora tutte le cause dovrebbero finire in Cassazione, eppure non è sempre così”.

“Altre vicende, anche di presidenti della Regione, sono finite in Appello con altre conclusioni, con motivazioni che se fossero state applicate anche alla mia storia avrei risolto i problemi. La Corte d’Appello – ricorda – assolse Luciano D’Alfonso, e io gioii perché per punire un reato ci vogliono prove reali, schiaccianti, solari, lampanti, se valeva questa regola anche per me ero libero e liberato da ogni angoscia”.

“Ho trascorso otto anni come uno che aspetta che la giustizia smonti questa incredibile storia, ho scritto molto, ho dipinto molto”, conclude.