L’AQUILA – L’ultimatum lanciato dall’assessore regionale alle attività produttive, Mauro Febbo, sembra non aver scosso più di tanto il presidente della Camera di Commercio teramana, Gloriano Lanciotti.

La convocazione di domani in regione, tuttavia, sarà uno snodo decisivo per capire se il progetto di fusione con L’Aquila potrà continuare il suo percorso o viceversa sarà destinato a morire.

Lanciotti non ha voluto commentare il diktat di Febbo che intende porlo dinanzi a una scelta finale e risolutiva: ritiro della delibera con cui anche la Camera teramana aveva sancito la volontà di fusione, salvo poi fare marcia indietro, o, viceversa, via libera definitivo all’operazione. Si è limitato a dire: “Vedrò cosa avrà da dirmi l’assessore, non ho doti di preveggenza. Poi decideremo il da farsi”.

In realtà non filtra una grande possibilità di apertura, tutt’altro. La Camera teramana è ferma alla delibera consiliare con cui aveva ufficialmente chiesto la sospensione della fusione in corso in attesa del giudizio di costituzionalità che pende dinanzi alla Corte e che, presumibilmente, sarà sciolto solo nel primo semestre del prossimo anno.

Un verdetto che riguarda, però, la riforma Renzi nel suo complesso, quella che ha tagliato le Camere nazionali da 105 a 60.

A questo vorrebbe agganciarsi Teramo e alle altre 18 Camere che, a livello italiano, hanno stoppato fusioni e accorpamenti attendendo la sentenza.

Insomma, Lanciotti dirà a Febbo che la posizione questa.

L’assessore cercherà, dal canto suo, di capire perché, finora, non è stata ritirata la delibera consiliare con cui era stato detto sì alla fusione con L’Aquila. L’idea della Regione è serrare le fila e stringere i tempi.

Con la spada di Damocle che aleggia: la firma del governatore abruzzese, Marco Marsilio, sul decreto che, stavolta sì, renderebbe la fusione cosa fatta. 

È altrettanto probabile che Lanciotti evidenzi a Febbo le criticità ravvisate in corso d’opera: la questione della sede (la legale è prevista all’Aquila, la secondaria a Teramo), la tutela dei reciproci interessi (sebbene la fusione prevede comunque la distinzione dei patrimoni e gli utili da spendere ognuno nel proprio territorio), la salvaguardia dei livelli occupazionali.

Siamo, insomma, alla curva finale: il rischio, concreto, è di un muro contro muro a oltranza che potrebbe paralizzare ulteriormente una fusione che ha numeri importanti: 80 mila imprese, 224 mila occupati, 9 miliardi di euro di valore aggiunto.