L’AQUILA – Il centrosinistra aquilano si scopre dilaniato a un anno e mezzo dalle elezioni comunali del 2017, le prime dell’era post-Massimo Cialente.

Saranno almeno due le diverse anime e frange che si scontreranno alle primarie del centrosinistra che, prima notizia, si faranno certamente e, seconda notizia, potrebbero vedere in campo due esponenti di un Partito democratico quanto mai spaccato assieme agli altri partitini della coalizione: un candidato “new age” come il presidente della Gran Sasso Acqua, Americo Di Benedetto, e uno della vecchia scuola, Alfredo Moroni o qualcun altro. Ammesso che, ovviamente, non scenda in campo Stefania Pezzopane a sparigliare il quadro.

A dare fuoco alle polveri è stata la presentazione di lunedì del volume celebrativo dei dieci anni dalla trasformazione in società per azioni della Gran Sasso Acqua: un evento che è divenuto una convention, una specie di “Leopolda” (ma pagata con soldi pubblici) per Di Benedetto, alla cui corte sono accorsi amministratori pubblici del presente e del passato e numerosi esponenti di centrosinistra come di centrodestra.

Alla presentazione non c’era il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che aveva inserito questo appuntamento nella sua agenda ufficiale e che invece è andato a Pacentro (L’Aquila), nell’evento organizzato dall’ufficio speciale per la ricostruzione (Usrc), che invece in agenda non c’era: segno di un cambio di programma dell’ultimo momento dettato da chissà cosa.

A dispetto di questo, il quadro si è ormai chiarito: Di Benedetto è il candidato di D’Alfonso, che sta eseguendo, alla lettera, un diktat del premier nonché segretario dem, Matteo Renzi: quello di puntare a “supertecnici” per la guida delle principali città a partire dalle amministrative del prossimo anno.

E Di Benedetto tecnico lo è eccome, avendo avuto come unica esperienza amministrativa la guida del Comune di Acciano dal 1999 al 2010 ma essendo a digiuno di amministrazione in enti più grandi, avendo trascorso gli anni dal 2006 a oggi alla guida, con profitto, della società idrica.

Un Renzi che, nella sua visita abruzzese dello scorso 25 agosto, tra manganellate e fughe, nel corso dell’evento al Gran Sasso Science Institute ha ascoltato da D’Alfonso la laudatio di un solo nome e cognome: proprio quello di Di Benedetto, a capo di un modello di società idrica ritenuto unanimemente virtuoso a dispetto delle altre abruzzesi che sono piene di “buffi” di guai.

Un quadretto idilliaco, quello ipotizzato da D’Alfonso su ispirazione renziana che, però, non va molto a genio a buona parte della classe dirigente del Pd aquilano: quella che, più che dal mondo cattolico come Di Benedetto (di scuola Udeur di Clemente Mastella, prima di confluire nel Pd assieme al suo mentore Mimmo Srour), appartiene al mondo della sinistra Pci, Pds e Ds, insomma della sede di via Paganica, o da altre tradizioni come quella socialista.

Ma soprattutto, il nome non va affatto bene alla triade che, da decenni, governa la coalizione: il vice presidente della Regione, Giovanni Lolli, la senatrice Pezzopane e il sindaco uscente Cialente.

Questi pezzi da 90, in verità, alla convention c’erano tutti e tre. Ma con atteggiamenti interiori ed esteriori ben diversi, e prospettive e piani futuri affatto concilianti con il presidente Gsa, come pure era parso in un primo momento.

La Pezzopane, come già sviscerato da questo giornale, potrebbe essere direttamente coinvolta alla corsa alla fascia tricolore, ma se e solo se falliranno i piani di conferma in Parlamento, segnatamente alla Camera, vista la futura abolizione del Senato.

Sarà una partita difficilissima, forse la più tosta della carriera, ma al momento per lei l’ipotesi di diventare il secondo sindaco donna nella storia del capoluogo è nettamente il piano B. Non per questo, comunque, gli altri avranno vita facile.

Ad alcuni confidenti, la senatrice ha infatti già assicurato che “D’Alfonso non passerà e dovrebbe piuttosto occuparsi di governare bene la Regione”.

Quanto a Cialente, dai corridoi delle sedi comunali trapelano che la sua volontà fosse fino all’ultimo quella di disertare il vernissage della Gran Sasso e che si sia convinto ad andare solo all’ultimo momento.

Certo non ha contribuito a rasserenare i suoi sentimenti il fatto che nella pubblicazione voluta da Di Benedetto “Storia di un bene comune” per celebrare il decennale, oltre a quello del presidente dell’azienda ci sia il saluto istituzionale del presidente della Regione (toh!) e non quello del sindaco del capoluogo, Comune capofila tra i 36 serviti dalla società idrica.

In ogni caso, in questo momento le possibilità che Max sostenga Chicco sono pari allo zero.

Più complicata la vicenda di Lolli, che è intervenuto alla cerimonia e lo ha fatto sperticandosi in lodi per il vertice della Gsa. Dell’ex sottosegretario del governo Prodi sono sicure due cose: la prima è che non vuole fare il sindaco, la seconda è che quasi tutti gli altri vorrebbero che lo facesse.

Di qui il dubbio sul suo peana: ha voluto lanciare Di Benedetto, oppure, ammantandolo di seta addirittura un anno e mezzo prima del voto, lo ha voluto bruciare?

Legate alle mosse di Lolli ci sono quelle di Pierpaolo Pietrucci, consigliere regionale fuori dalla partita- sindaco perché intenzionato a concludere serenamente il suo primo quinquennio all’Emiciclo e magari a programmarne un altro: storicamente vicino a Lolli, sembra non freddissimo, anzi incoraggiante, a sostenere l’avventura di Di Benedetto, apertura che si potrebbe parafrasare anche in una sorta di nulla osta lolliano.

Fin qui i “tre tenori” e il loro figlioccio più ambizioso, ma chi è davvero in rivolta per questa ipotesi di candidatura a sindaco alla “Renzie” è la cosiddetta “base”, composta non di soli iscritti ma di amministratori, alcuni ormai di lungo corso.

Molti di loro smentirebbero a domanda diretta, ma in casa dem non piace mica tanto lo scenario che si va profilando ad assessori come Pietro Di Stefano e Maurizio Capri, a ex assessori come Alfredo Moroni, riparato nel suo ruolo di dirigente regionale e in vista con il Comitato Perdonanza, o al presidente del Consiglio comunale Carlo Benedetti, che spesso nicchia ma che amerebbe fare il primo cittadino.

Non è assurdo pensare che, tornando alle primarie per la scelta del candidato sindaco, Di Benedetto non finisca per trovarsi contro proprio uno scelto tra questi nomi da politburo.

Un candidato vecchia scuola, di chi ha governato in Comune per due mandati e pronto a incassare, a quel punto, il “sostegno rosso” dei vertici di Sinistra ecologia libertà, leggi Giustino Masciocco, di Rifondazione comunista, Enrico Perilli, e Italia dei valori, Lelio De Santis e altri. Ma la partita è appena cominciata.