L’AQUILA – “Sarebbe immaginabile approvare una legge che affermi che le mamme devono essere più buone? O che il cavallo deve possedere la cavallinità?”.

Aveva così tuonato nel corso di un recente Consiglio regionale il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, lanciando ricercatissimi strali contro il progetto di legge Lavoro Abruzzo, a firma del consigliere Riccardo Mercante del Movimento 5 stelle, che  intende frenare le delocalizzazioni delle aziende, richiedendo indietro gli aiuti pubblici ricevuti e favorire il rientro di chi si è trasformato all’estero, con sgravi fiscali.

Una legge dal sapore “no global” che, inserita all’ordine del giorno dell’aula, è stata poi rispedita in terza commissione (Attività produttive), a seguito del plateale niet del presidente, e sarà nuovamente riesaminata il 20 dicembre prossimo, alla presenza anche di D’Alfonso.

Una norma, qui di seguito illustrata nel dettaglio, che ha già creato un caso diplomatico, visto che è stata sottoscritta e apprezzata anche da alcuni esponenti della maggioranza, a cominciare dal presidente della terza commissione Lorenzo Berardinetti (Regione facile), e anche da Giovanni Lolli, vice presidente della Regione con delega alle Attività produttive, a cui D’Alfonso non ha mancato di tirare le orecchie perché, appunto, per lui quella norma così com’è è solo “saliva”, “approvata dopo un caffè” e del tutto inefficace.

Dopo l’illustrazione del provvedimento in aula da parte di Mercante, D’Alfonso è infatti saltato sulla sedia e ha stoppato il presidente del Consiglio, Giuseppe Di Pangrazio, che la stava già mettendo ai voti, e con il suo intervento è riuscito a far rispedire la norma in commissione, non lesinando critiche agli uffici legislativi regionali che avevano dato l’ok, e anche ai componenti della sua maggioranza che non hanno avuto nulla da obiettare.

“Leggi del genere ci fanno brindare, ma non ci fanno blindare il lavoro – ha osservato il presidente – La legge deve avere il dono dell’aggiuntività, la legge è tale perché ha forza di essere vigente, amministra una cosa che si chiama la risorsa. La legge deve essere auto-applicative, altrimenti è saliva. Questa invece è una legge civetta”.

D’Alfonso ha poi chiesto di partecipare anch’egli alla commissione dove dovrà essere rivista tale norma, e ha bastonato gli uffici, “i contrattualizzati, che aiutano a mettere in campo questi prodotti”.

Una tiratina di orecchie se la prende in particolare anche Lolli, che ha dato il suo beneplacito al provvedimento. “Si sente l’odore della sua bonomia e delle sue braccia aperte, dietro questo progetto di legge – ha ironizzato D’Alfonso – Lolli avrà pensato, ‘Fa male a qualcuno questa legge? No, e allora approviamola’. Lolli non ha un nemico proprio per questo, poi però tocca a me farmi dei nemici”.

Alla severa ramanzina non ci sono state repliche in aula, ma parecchi borbottii negli scranni della maggioranza. Mercante ovviamente ha poi replicato a bocce ferme, difendendo la bontà della sua creatura legislativa che, assicura, non necessita di nessuna modifica ed è tutt’altro che aria fritta.

“Secondo me D’Alfonso neanche l’ha letta questa norma – è sbottato il pentastellato – Mi pare ovvio che non pretenda di bloccare le delocalizzazioni con un articolo di legge. Introduce, invece, incentivi e penalità per frenare questo grave fenomeno che crea disoccupazione. È in linea con le norme europee e statali in materia di aiuti di Stato, e anche con le direttive europee per il contrasto della delocalizzazione. Altre Regioni lo hanno già fatto, non vedo dove sia il problema”.

E conclude: “Le critiche di D’alfonso non hanno basi costruttive, la verità è che la sua mente è già alle elezioni Politiche di primavera, e forse non gli sta bene che siano suoi avversari politici a mettere la firma su un provvedimento che dà risposte concrete, che vuole salvaguardare l’occupazione e aiutare l’economia abruzzese. Eppure in commissione questa legge è stata votata e apprezzata da tutti, sia dagli esponenti della maggioranza che da quelli dell’opposizione di centrodestra”.

CHE COSA DICE LA LEGGE LAVORO ABRUZZO

Nella relazione introduttiva del progetto di legge si evidenzia innanzitutto che l’Abruzzo, come tutto il Paese, subisce i pesanti effetti dalle “delocalizzazioni, ovvero consiste nell’apertura di nuove unità produttive dello stesso imprenditore in altri Paesi tramite cessioni di rami d’azienda oppure attraverso processi di internazionalizzazione delle imprese attuati tramite joint-venture o accordi commerciali con altre imprese estere”.

Delocalizzazioni che seguono il principio del “maggior profitto al minor costo possibile”, principalmente verso l’Est Europa, nella fascia del Maghreb, in Cina e in Sud America e, più in generale, nei Paesi dove la manodopera è a bassissimo costo, e dove minima è la pressione fiscale.

A dirlo sono i numeri, si evidenzia nella relazione: a causa delle localizzazioni “l’Italia ha perso nel comparto produttivo un fatturato di circa 108 miliardi all’anno e 1.557.000 posti di lavoro con il conseguente esborso di circa 14 miliardi annui per ammortizzatori sociali”.

Come provare a frenare nei limiti del possibile questo fenomeno che rappresenta l’essenza per qualcuno il destino ineluttabile nell’era della globalizzazione neoliberista?

Innanzitutto la legge prevede che chi localizza deve restituire gli aiuti pubblici che gli sono stati erogati per produrre in Abruzzo: “In caso di delocalizzazione degli impianti produttivi, le somme erogate da parte della Regione Abruzzo alle imprese presenti sul territorio regionale, qualunque sia la loro provenienza sotto forma di incentivo, finanziamento, aiuto, sostegno all’occupazione o alla produzione, sono restituite alla Regione, entro cinque anni dall’erogazione del contributo dalle imprese stesse, con applicazione degli interessi legali”.

Inoltre, “le imprese interessate dalle procedure di recupero non possono beneficiare di altri contributi regionali allo stesso titolo”.

In ogni bando finanziato interamente dalla Regione che preveda misure di agevolazione per le imprese, il progetto di legge dispone poi che sia “inserito un vincolo al mantenimento, entro i confini regionali, per un periodo non inferiore a tre anni dalla data di erogazione del contributo, dell’azienda e di tutti i suoi stabilimenti produttivi”.

Questo per contrastare la fuga delle aziende. Per quanto riguarda invece le misure per favorire il “back reshoring”, ovvero il rientro nel territorio regionale di chi aveva de localizzato, la legge prevede riduzioni delle imposte regionali. La Regione si impegna anche a garantire un supporto concreto nel completamento del percorso di rientro.

L’attuazione della presente legge, si precisa, non comporta nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio regionale.

Nella relazione introduttiva si precisa che la norma abruzzese, non fa altro che dare seguito a quanto previsto dalla legge di stabilità 2014, in tema di contrasto del fenomeno della delocalizzazione, ed anche degli orientamenti espressi, in ambito comunitario, nella proposta di risoluzione del Parlamento europeo 2004/2254 (INI). E si ricorda infine che già altre regioni hanno aprpovato leggi del genere, tra cui la Calabria, le Marche, l’Emilia-Romagna ed il Friuli Venezia Giulia.