L’AQUILA – Mentre i “piccoli” sono in rivolta e si smarcano dal Partito democratico aquilano dopo la batosta alle elezioni comunali, il partito maggiore si riorganizza in vista dei prossimi appuntamenti elettorali lanciando la sfida al Pd con candidature in vista di esponenti anche di altri partiti.

Il primo passaggio sono le elezioni politiche del 2018, sulle quali c’è aria di primarie che, stavolta, potrebbero essere verissime e fratricide, ovvero tra esponenti di pari peso elettorale e pronti a combattersi all’ultimo sangue.

A cominciare a rivendicare un seggio alla Camera in primis è Americo Di Benedetto, sconfitto al ballottagio, che, essendosi dichiarato abbandonato a se stesso dalla coalizione, motivazione principe della clamorosa e inattesa sconfitta, ritiene di avere un credito politico piuttosto grosso e vuole incassarlo subito.

Di Benedetto, tra l’altro, ha partecipato anche a quelle del 2012 con un magro bottino, arrivò ultimo con 989 preferenze. Era però allora a metà del suo percorso di 11 anni con la società idrica Gran Sasso Acqua che lo ha portato ad accumulare stima e consenso, seppure non gli siano bastati, anche a fronte degli errori commessi, a conquistare la fascia tricolore del capoluogo.

In ogni caso, le sue posizioni non incontrano affatto il favore dell’ex primo cittadino, Massimo Cialente, uno tra i più incalliti ricercatori di un colpevole, o meglio un capro espiatorio, della debacle inattesa che ha squassato il centrosinistra e consegnato la città agli avversari.

Se Adb può aspirare alla Camera, è il ragionamento cialentiano, figurarsi il “sindaco del terremoto”, già deputato per due mandati peraltro, con un bagaglio di esperienza da mettere al servizio di “Casa Italia” e una personalità politica che l’ha portato a incontrare, e talora sfidare, Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano, Guido Bertolaso, lo stesso Matteo Renzi e così via.

Insomma Max è pronto a tornare in campo dalla porta principale, e sarà sfida aperta, e si preannuncia affatto cavalleresca, con Di Benedetto alle pre-consultazioni.

E un’arma in più potrebbe essere, qualora inserita nella legge elettorale, la doppia preferenza di genere: in quel caso, abbandonando il campo renziano, con il vecchio alleato Cialente potrebbe schierarsi Stefania Pezzopane, che ha intuito come la riconferma per un secondo quinquennio sia maggiormente attuabile provando a diventare deputata piuttosto che a rimanere senatrice.

Si andrebbero, così, a rinsaldare i legami, oggi invero un po’ sfilacciati, della ‘triade’ storica del centrosinistra, che ha perso smalto ed è stata sfidata, per la prima volta apertamente, dai ‘giovani’ capeggiati dal consigliere regionale Pierpaolo Pietrucci: siete visti come il potere, ha pugnalato i tre ex mentori nella sua spietata analisi post-voto.

Adesso quegli stessi tre lo vogliono incarnare veramente e ancor più del passato, questo potere: tanto che il sogno è Cialente-Pezzopane deputati, Giovanni Lolli da vice promosso a candidato e perché no, presidente della Regione.

Da queste tre posizioni di vertice, sarebbe un gioco da ragazzi per i veteranni schiacciare i virgulti che, comunque, con la sconfitta di Adb hanno fallito in toto la loro prima vera prova di maturità, come viene rivendicato fin troppo spesso nelle riunioni.

Tutto bene? No perché come si diceva in premessa, i piccoli ora vogliono contare, e sono diventati ambiziosi.

Chissà che, quindi, oltre al derby dem, i candidati del Pd non debbano trovarsi a combattere anche contro candidati parlamentari quali Lelio De Santis (Italia dei valori), Angelo Mancini, civico da collocare, e Giustino Masciocco (Articolo 1).

Una sfida inedita e inaudita dall’esito a questo punto improbabile che partirebbe dal basso, con dinamiche civiche, sulla falsariga dell’escalation, al momento però solo in elezioni locali ed esclusa L’Aquila, dell’assessore regionale Andrea Gerosolimo, pronto alla mossa sfrontata di sfidare il governatore, Luciano D’Alfonso, per un seggio in Parlamento. (alb.or. – b.s.)