MILANO – Cinque allarmi dell’Oms “ignorati”, tra il 5 gennaio e il 4 febbraio 2020: raccomandazioni, dichiarazioni e documenti di “allerta”, tra cui uno del 23 gennaio che riportava già “l’esistenza di grandi cluster” in giro per il mondo e non solo in Cina. E almeno cinque riunioni del Comitato tecnico scientifico, tra il 26 febbraio e il primo marzo, nelle quali, malgrado la zona rossa fosse stata già applicata nel Lodigiano dopo la scoperta del paziente 1 e nei rapporti aggiornati fosse stato segnalato un “incremento giornaliero” di casi Covid in Lombardia del “30%”, non si prese alcuna misura per il focolaio più grave, quello di Alzano e Nembro, in Val Seriana.

Sono altri numeri che compaiono negli atti dell’indagine della Procura di Bergamo, documentando presunte sottovalutazioni dei rischi e omissioni “consapevoli”, oltre a quella cifra di più di 4mila morti che, secondo la maxi consulenza di Andrea Crisanti, si sarebbero potuti evitare.

Così sulla contestata mancata applicazione del piano pandemico, pur vecchio di 14 anni, che tira in ballo per epidemia colposa e rifiuto d’atti d’ufficio anche il direttore dell’Iss Silvio Brusaferro e l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, gli inquirenti evidenziano che non furono tenute in considerazione preoccupazioni e indicazioni messe nero su bianco dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E questo prima che l’Italia si accorgesse del virus col caso di Codogno.

Il 4 febbraio, si legge, l’Oms “raccomandava di affrontare l’emergenza pandemica anche con i vigenti piani influenzali”, per non parlare di documenti anche del 2014, anche questi acquisiti dai pm, nei quali si diceva di contrastare “le malattie da coronavirus” con “l’implementazione del piano pandemico”.

Brusaferro e gli altri, invece, per l’accusa, scelsero “di non dare attuazione al piano”. Così, in sostanza, si arrivò impreparati alla “catastrofe”.

Una “piattaforma per caricare i dati finalizzati alla sorveglianza epidemiologica” fu creata solo il 26 febbraio, non ci fu alcun “tempestivo approvvigionamento” di mascherine e solo il “6 marzo” partì una “procedura negoziata per l’acquisto di dispositivi medici per terapia intensiva”. E queste sono soltanto alcune delle “azioni” che, per i pm, non vennero messe in campo prima che l’Italia facesse i conti col Covid davvero.

Sull’altro fronte, ossia la mancata zona rossa nella Bergamasca, quando la pandemia era già esplosa, sono indagati l’ex premier Giuseppe Conte, il governatore Attilio Fontana e i componenti del Cts. E gli atti raccontano le riunioni in cui, pur con la consapevolezza dei dati alla mano, non si stabilì la chiusura della Val Seriana.

Il 28 febbraio, si legge, il Comitato sapeva già che presto si sarebbe arrivati a “1000 casi” in Lombardia e che si andava verso un quadro “catastrofico”. Non cambiarono le cose nemmeno in un vertice del primo marzo, l’ultimo indicato negli atti. Solo “misure meramente integrative”.

Tra il 27 e il 28 febbraio, con due mail Fontana aveva chiesto a Conte “il sostanziale mantenimento delle misure di contenimento già vigenti” non segnalando “criticità” in Val Seriana. Per i pm, tuttavia, sapeva che “nelle zone ad alta incidenza del contagio gli ospedali erano già in grave difficoltà”.

Solo il 2 marzo il Cts riferì a Conte la “necessità” della zona rossa ad Alzano e Nembro e il 3 marzo anche Fontana, attraverso l’assessore Giulio Gallera, ne chiese l’istituzione. Si arrivò, comunque, all’8 marzo quando l’intera Lombardia finì in lockdown.