L’AQUILA – “La Regione Abruzzo riconosce e valorizza e differenze di genere e promuove l’uguaglianza di tutti di diritti, garantisce le pari opportunità tra uomini e donne in ogni campo, assicurando l’effettiva parità di accesso alle cariche pubbliche ed elettive”.

Comincia con questa solenne dichiarazione il progetto di legge appena arrivato nelle commissioni regionali, firma del vice presidente del consiglio regionale Lucrezio Paolini.

Un’iniziativa legislativa che è entrata nel vivo proprio a ridosso del 2 giugno, data in cui si commemora la nascita della Repubblica Italiana, con il referendum del 1946, ed anche la prima volta in Italia in cui tredici milioni di donne hanno avuto finalmente il diritto di recarsi alle urne, contribuendo con il loro voto a cambiare il volto di un paese che usciva da una guerra devastante e da una ventennale dittatura.

Ma settantanni dopo, al netto di indiscutibili progressi, la presenza delle donne in politica in Italia, ed anche in Abruzzo è ancora marginale, basti vedere la composizione dei consigli regionali, ma anche di quelli provinciali e comunali, popolati in stragrande a maggioranza da politici maschi, per di più in età spesso molto avanzata.

A dirlo è del resto la recentissima indagine di Openpolis, dall’inequivocabile titolo, “Trova l’intrusa”.

Con il governo di Matteo Renzi in corso, quella con il maggior numero di donne parlamentari della storia repubblicana, 31,3 per cento Camera, il 29,6 al senato, l’Italia si colloca nella metà alta della classifica europea.

Ma in pochi casi le donne ricoprono ruoli di vertice: all’inizio del governo Renzi in realtà le donne erano la metà dei ministri, vice-ministri e sottosegretari.

Poi però, rimpasto dopo rimpasto, sono scese al 25 per cento.

Guardando all’Abruzzo si constata che nell’ultimo governo, quello del presidente della Regione Luciano D’Alfonso, In Regione Abruzzo le donne elette sono state appena due su trentadue tra consiglieri e assessori. Sara Marcozzi del Movimento 5 stelle, e l’assessore Marinella Sclocco del Partito democratico.

Ovvero il 6 per cento di donne in Consiglio e il 14 per cento in Giunta, contro la media nazionale rispettivamente del 16 per cento e del 35 per cento.

Poco è servito aver inserito nella legge elettorale abruzzese l’obbligo di inserire in lista almeno il 40 per cento di candidate donne, non avendo però approvato, tra le proteste, la doppia preferenza.

La Camera però a tal proposito ha approvato a febbraio 216  la legge sull’equilibrio della rappresentanza di genere nei Consigli regionali. Che prevede che in ciascuna lista i candidati alle Regionali dello stesso sesso non eccedano il 60 per cento del totale, e che sia consentita l’espressione di almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso.

Qualora siano previste liste senza espressione di preferenze, la legge elettorale regionale deve disporre l’alternanza tra candidati di sesso diverso.

In quanto a parità di genere non va meglio a livello comunale: in Abruzzo come nelle atre regioni le donne presenti nei consigli sono il 14 per cento nei Comuni sotto i 5.000 abitanti, il 13 per cento in quelli fino a 20 mila abitanti, il 9 per cento nei comuni tra 20 e 100 mila abitanti.

I sindaci sono ovunque uomini nell’86 per cento dei casi.

Dato positivo è però l’aumento costante delle donne nei Comuni grazie all’introduzione della doppia preferenza di genere introdotta dalla legge 215 del 2012, che si  applicherà per la prima volta in molti comuni abruzzesi nelle elezioni di domenica prossima. Nei comuni superiori a 5 mila abitanti ci sarà infatti la possibilità di esprimere la doppia preferenza – un voto a una donna e uno a un uomo – per garantire così la presenza delle donne in Consiglio Comunale.

Sulla scheda elettorale accanto a ogni partito ci saranno due righe a disposizione dell’elettore, su una riga andrà scritto il nome di una donna, sull’altra quello di un uomo, purché siano candidati nella stessa lista.
 
Un input al raggiungimento di una effettiva parità di genere potrebbe ora essere impresso dal progetto di legge Paolini, che non affronta direttamente il tema delle donne in politica, anche se in un passaggio precisa che “la Regione promuove la presenza delle donne nelle istituzioni regionali a partire da un appropriato sistema elettorale”.

Intende però agire nelle premesse, ovvero a livello di peso e protagonismo della donna nella società civile, nel mondo del lavoro in primis, favorendo la parità di accesso delle donne nella macchina amministrativa regionale, in ruoli di vertice, aumentando anche l’occupazione femminile, promuovendo l’eliminazione della disparità retributiva.

Una sorta di “legge quadro”, che pone paletti e indica direzioni a cui si dovranno attenere tutte le leggi regionali, i bandi e i concorsi, la ripartizione delle poste economiche dei bilanci di previsione.

A tal fine la legge istituisce innanzitutto una “Banca dati dei saperi e delle competenze delle donne”, nella quale saranno inseriti i curriculum delle donne con comprovate esperienze scientifiche, culturali, artistiche e professionali.

La Regione, anche attingendo da questa Banca dati, promuove e favorisce dunque “la presenza delle donne nella vita politica ed economica, nelle assemblee elettive, e nei luoghi di governo, negli enti, negli organismi, e in tutti gli incarichi di nomina del consiglio regionale e della Giunta regionale”.

Un articolo di legge che come conseguenza avrà ad esempio l’impossibilità di nominare in un cda di un’azienda regionale solo componenti di genere maschile.

Si istituisce poi il “Bilancio di genere”, che andrà accompagnato al bilancio di previsione,e al rendiconto finanziario, “come strumento di monitoraggio e di valutazione delle politiche regionali su uomini e donne al fine di promuovere l’uguaglianza di opportunità”.

In concreto: andranno previste “voci di spesa indifferenziate ma tali da produrre un impatto notevole sul genere femminile, “spese destinate direttamente al genere femminile”, “spese per programmi e misure specifiche per le pari opportunità”.

Inoltre andranno individuate “specifiche misure di politica attiva del lavoro, volte ad incentivare l’occupazione femminile, la qualificazione professionale , la creazione di nuove imprese femminili”.

L’efficacia della norma sarà monitorata costantemente con la realizzazione di statistiche e la presentazione di un Rapporto annuale sulla condizione delle donne abruzzesi sull’andamento demografico, sull’occupazione femminile, sui servizi esistenti, specie quelli tesi a favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro, sui livelli di istruzione e formazione.