L’AQUILA – Avrebbe tagliato il traguardo dei cento anni con la stessa eleganza con cui saltava gli ostacoli uno dopo l’altro, Trebisonda Valla detta Ondina, nata a Bologna il 20 maggio del 1916 e morta all’Aquila il 16 ottobre del 2006, atleta versatile ma soprattutto aquilana di adozione per essersi trasferita nel capoluogo abruzzese dopo il matrimonio con il chirurgo ortopedico Guglielmo De Lucchi.
Con la stessa eleganza, nel 1995, portò per l’ultimo breve tratto la torcia del “Fuoco del Morrone” proveniente dall’eremo di Pietro Angelerio a Sulmona (L’Aquila), e accese il Tripode della Pace sulla torre di palazzo Margherita all’Aquila per dare il via, quel 23 di agosto, al rito della Perdonanza Celestiniana.
Ondina Valla era questo. Una donna “forte, decisa, volitiva ma al tempo stesso tenera con la sua famiglia”, la ricorda il figlio Luigi De Lucchi, “non era soltanto l’atleta che vinse, prima donna italiana, la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936”.
“Ricordo un episodio di quando ero bambino e vivevamo nel quartiere di Pettino all’Aquila, dove mio padre aveva aperto una clinica ortopedica – racconta De Lucchi – tutto intorno erano campi coltivati. Io piccolino iniziai a riempire una carriola con frutta varia quando mi accorsi di mia madre che stava per venire a sgridarmi. Iniziai a correre, ma era difficile sfuggire a una medaglia d’oro olimpica proprio nella corsa! Mi salvai solo grazie a un provvidenziale muro dietro cui mi nascosi”.
Il successo alle Olimpiadi significò la fama per Ondina Valla. La vittoria negli 80 metri ostacoli, in uno stadio gremito di spettatori, alle soglie di un conflitto mondiale, la trasformò nel simbolo della gioventù del periodo fascista, l’esempio “di sana e robusta costituzione”.
Difficile, per quei tempi, essere femmina e vincente. Ondina avrebbe dovuto partecipare anche alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, ma sarebbe stata l’unica donna a bordo di un piroscafo pieno di soli atleti uomini. La cosa fu giudicata alquanto sconveniente o, come disse l’atleta stessa “era il Vaticano a essere decisamente contrario allo sport femminile”.
“Per questa vittoria – racconta sempre suo figlio Luigi – fu ricevuta da Mussolini, come succedeva con tutti gli atleti che avevano conquistato importanti traguardi e come succede ancora oggi al Quirinale. Imperioso, il Duce disse allora: la Valla la voglio vicino a me!”.
Quella medaglia, la prima di una lunga serie, fu rubata nella sua casa aquilana di Via XX Settembre, nel 1978, casa che oggi è in attesa di essere demolita per i gravi danni subiti con il terremoto del 2009.
Una copia identica del trofeo, nel luglio del 1984, le fu donata dall’allora presidente del comitato olimpico Primo Nebiolo.
A Milano, nei giorni scorsi, è andata in scena una rappresentazione teatrale con testo e regia di Lisa Capaccioli, un monologo in cui si raccontano, attraverso la sua vita, luci e ombre della condizione di una donna che in quel periodo volesse dedicarsi allo sport.
Da oggi sarà attiva su Facebook la pagina ufficiale a lei dedicata mentre è in preparazione il sito internet www.ondinavalla.it.
“Oltre a rivivere la storia, questi ambienti multimediali online avranno infatti l’obiettivo di promuovere iniziative sportive e culturali in nome dell’atleta, cogliendo l’occasione del centenario dalla nascita per riscoprire il suo sorriso e provare a suscitarne tanti altri”, conclude Luigi De Lucchi.






