PESCARA – Ogni volta che arriva un allenatore a Pescara dal 1993 in poi deve fare i conti con il mito di Giovanni Galeone che a Pescara ha creato il suo mito. La Curva Nord, innamorata del suo modo di fare calcio, ha sempre beccato l’allenatore di turno reo di non far giocare la squadra come faceva il”Profeta”.

Il confronto ha penalizzato fior di tecnici come Delio Rossi, Luigi De Canio, Carlo Mazzone e via dicendo.

Quindi, arrivando Zdenek Zeman a Pescara, non potevano subito non nascere i confronti tra i due maestri del calcio e si sono già schierati i due fronti, nostalgia per Gianni Galeone, rispetto e attesa per Zeman.

Parlando dei due tecnici si fanno, però, delle confusioni di tattiche di gioco. I due, è vero, dispongono (per Gianni dovrei scrivere disponeva) le squadre sul terreno con il 4-3-3 e molti parlano e scrivono di zona. Ma sono due cose diverse. In quanto si può fare la zona anche con il 4-4-2 o con altre disposizioni degli uomini sul campo.

Infatti fu nel 1977, che avvenne una vera e propria “rivoluzione” per il calcio britannico. I Maestri, infatti, non conoscevano altro che il “palla lunga e pedalare” o poco più. Non un granché per dei professori, appunto, dal momento che nel resto del mondo il gioco si evolveva dando vita a continue nuove interpretazioni. Gli inglesi, vittime del loro presuntuoso immobilismo, finalmente adottarono un sistema meno prevedibile introducendo fraseggi sintetici e precisi effettuati in velocità che necessariamente prevedevano il sostegno di una buona tecnica individuale a cui si accompagnava una forma fisica eccellente.

Il Liverpool veniva considerato il più italiano (allora simbolo del difensivismo più esasperato) dei team inglesi per la concretezza della manovra che, a differenza del passato, non prevedeva solo il gioco d’attacco spesso scriteriato, ma una più attenta gestione difensiva. Il tutto condito dal modulo di gioco a zona. Comparve anche un po’ di imprevedibilità e un tasso più alto di tecnica, rappresentata  prima da Keegan e poi da Dalglish i quali, novità per la terra d’Albione, da centrocampisti si trasformarono in veri uomini gol sovrapponendosi alla solita torre centrale, fino a quel momento unico sbocco offensivo di gioco.

Il centrocampo fu così molto articolato: l’infaticabile portapalloni, il tattico e il regista vero e proprio, dotato di buona tecnica e grande visione di gioco, che aveva il compito di far salire la squadra.
Agli inizi degli anni Ottanta, la maggior parte del mondo gioca a zona sul modello dell’Olanda con il 4-4-2 o il 4-2-4, con tutta una serie di accorgimenti legati naturalmente agli interpreti di turno: vedi Sud America e Inghilterra.

L’Italia, nonostante gli ottimi risultati di Luis Vinicio alla guida del Napoli e di Niels Liedholm alla Roma, continuava a preferire il calcio di Giovanni Trapattoni, che attuava una disposizione classica “da catenaccio”, ma con innovazioni verso un tentativo di 4-3-3: l’avanzamento di Causio quasi sulla linea degli attaccanti. Bisogna riconoscere come rispetto ai suoi predecessori, Vycpalek e Parola, Trapattoni riuscì ad unire ai meriti nazionali, incredibili successi in Europa. 

Quindi in Italia fu Liedholm a proporre la zona e fu Trapattoni ad intuire il 4-3-3. E a Pescara fu Enrico Catuzzi, allievo di Liedholm, a farci conoscere la zona. L’anno dopo arrivò Galeone che, in modo geniale, assorbì il modulo e lo adattò alla sua filosofia calcistica.

Peccato che la vita con il peso degli anni allontani i tecnici dalla panchina: Zeman è tornato, ma Galeone non tornerà: “No, non mi siederò mai più su una panchina. Un po’ per la condizione fisica, che comunque è un problema che si risolverebbe chiamando un “secondo” giovane e in forma. Ma soprattutto perché non riesco ad avere più un rapporto con i calciatori. Me ne sono reso conto anni fa, ad Udine. Non li sopporto più, i calciatori. Ormai hanno un potere contrattuale spaventoso, che porta molti di loro a non avere rispetto per la divisione dei ruoli. Scegli di non far giocare uno e quello mica te lo dice in faccia. No, si lamenta col suo procuratore, che poi chiama il direttore sportivo, che il giorno dopo chiama te e comincia il gran casotto”.

A Pescara Galeone è un idolo ma molto uomini di sport lo rispettano profondamente, come si evince da queste dichiarazioni: “Dio creò il pallone, ma non soddisfatto chiamò Galeone e disse: vai in giro ad insegnarlo” (striscione esposto dalla curva pescarese in Pescara-Triestina, 16-6-1991)

Osvaldo Bagnoli: “Galeone lo ringrazio io personalmente, perché mi ha ricordato come si mette in campo una squadra”. (1988)

Massimo Moratti: “Considero Galeone una delle persone più piacevoli conosciute durante il periodo di presidenza nel settore tecnico. E credo che sia bravo. Per questo avevo pensato a lui. Ma ho temuto che al primo errore i tifosi l’avrebbero massacrato. Così ho cercato un uomo che fosse al di sopra delle parti. Mi son detto: uno straniero avrà più tempo, con lui avranno pazienza”. (1996)

Francesco Oddo: “Galeone alla guida del Pescara è come un cavaliere sul suo cavallo bianco”.

Da chi ha preso ispirazione per il suo 4-3-3 così offensivo?

“Mi sono sempre piaciute le squadre di Liedholm per il concetto di calcio che il tecnico svedese portava avanti. Io non puntavo tanto sul possesso palla, quanto sulla rapidità di manovra nel ribaltare le azioni, mi piaceva vedere una squadra avvolgente con gli inserimenti dei centrocampisti e delle ali. E poi c’era la zona, forse allora la praticavano solo due squadre in tutta Italia”.

Il più bel ricordo calcistico con il Pescara?

“Non posso dimenticare quando il Pescara neopromosso vinse a San Siro contro l’Inter per 2-0 alla prima giornata di campionato. Fu un bel biglietto da visita. La gara giocata alla grande e persa contro il Milan che soffrì tantissimo il nostro gioco (n.d.c. finì 4-5) ”.

Si può dire che è stato il maestro di Allegri?

“Non credo. Ho lavorato fianco a fianco con l’attuale tecnico del Milan e spero di avergli insegnato qualcosa, ma Massimiliano si è costruito le sue fortune con le sue mani, prima a Cagliari e adesso a Milano. Quando vedo i centrocampisti rossoneri inserirsi coi tempi giusti mi viene da sorridere”.

La filosofia di Galeone è tutta in queste frasi celebri del suo repertorio dialettico:“Allegria e libertà d’azione. Per ogni giocatore il campo deve essere il pavimento di casa. (1986)

La zona come me non la fa nessuno: se Berlusconi avesse visto il Pescara prima del Parma, oggi sarei io alla guida del Milan. (1987)

Per insegnare il calcio, la tecnica e tutto ciò che ne deriva, io sono fra i più bravi. Per come stare bene col mondo esterno magari no: dovrei impegnarmi un po’ di più. (1991)

Nell’86-87 due tecnici giocavano a zona: Sacchi a Parma e Galeone a Pescara. Prima erano sempre due: Sacchi a Rimini e Galeone alla Spal. Gli altri sono arrivati dopo. Sì, anche Zeman. (1991)

La zona sporca di Scoglio? Beh, le sue squadre hanno sempre menato a rotta di collo. A Scala, poi, la zona l’ho spiegata io. (1991)

Io in porta ho un optional. Quel gol del pareggio milanista, l’avrei preso di testa nonostante i miei cinquant’anni. (13-9-1992). Come ci si sente a perdere una partita così? Ci si sente degli scemi. (13-9-1992) Paura di vincere? No, all’inizio siamo andati bene. Poi abbiamo fatto i saputelli. (13-9-1992)

Un giorno Berlusconi mi disse: “Quando se la sente mi faccia una bella telefonata. Ho in mente grandi cose per lei”. Beh, non sono abituato a telefonare a nessuno. (1992)

Le mie squadre devono attaccare sempre, perché quando si difendono e basta, prima o poi un gol lo prendono. (1994) Abbasso la tatticomania, la pazzia del rincorrere i numeri: torniamo davvero ad insegnare ai giovani la tecnica. (1996)” Oggi in panchina ci sono i fanciulli in carriera. Parlano in tv e dicono tutti le stesse cose. Sembrano usciti dalla fotocopiatrice. (1999)

Il calcio di Zeman è diverso: è un calcio offensivo, su questo non ci sono dubbi. Il calcio di Zeman è probabilmente un calcio anche un po’ utopistico visto che è sempre e comunque immodificabile. Probabilmente la sfortuna di Zeman è stata quella di venire ad allenare in Italia, patria del calcio  difensivista, quando il suo credo sarebbe stato sicuramente più apprezzato da altre culture calcistiche (olandese e spagnola su tutte).

Il fatto comunque di essere un tecnico controcorrente lo ha reso famoso perlomeno quanto la sua abilità di allenatore. Come detto il calcio di Zeman è un calcio offensivo e dall’idea di voler attaccare sempre e comunque deriva anche il modo di difendersi. Non è assolutamente vero che le squadre di Zeman non hanno schemi difensivi. Anzi, probabilmente è vero il contrario, e cioè che gli schemi difensivi delle squadre del mister boemo sono tra i più sofisticati in assoluto. Zeman è uno che ama difendersi attaccando. La prima arma difensiva di cui deve disporre la sua squadra è la capacità di attaccare generando di conseguenza preoccupazione negli avversari. In situazione di non possesso palla le squadre di Zeman non amano temporeggiare in attesa dell’errore avversario ma sono pronte ad attivarsi per proporre un pressing continuo nella zona della palla.

La squadra cerca la superiorità numerica nei pressi della palla e per questo è pronta ad avanzare in blocco ricorrendo di frequente al fuorigioco in conseguenza del fatto che i due difensori centrali si trovano spesso a giocare in parità numerica contro gli avversari. Per il calcio di Zeman questo però non è un limite ma una condizione necessaria per arrivare a recuperare e ripartire il più velocemente possibile.

Anche il ruolo di portiere delle squadre di Zeman ha caratteristiche particolari dovuti all’atteggiamento tattico che la squadra sul campo deve avere. È fondamentale che l’estremo difensore sia bravo con i piedi e non tanto per intervenire in qualità di libero quanto per il fatto che giocando con la linea alta spesso i difensori conquistano palla con spalle rivolte alla porta avversaria e devono avere come soluzione praticabile e a sicura lo scarico per il portiere.

Come detto quindi, le squadre di Zdenek non sono prive di schemi difensivi anzi è probabilmente l’eccessiva sofisticatezza degli stessi che rende il sistema difensivo del boemo non sempre impermeabile.

Non è però possibile ricorrere a marcature personalizzate, chiusura degli spazi per accorciamento della squadra all’indietro quando la filosofia con cui si scende in campo è quella di attaccare, attaccare ed ancora attaccare.

Ogni movimento della squadra è teso a guadagnare spazio; è difficile veder fare ai giocatori di Zeman due passaggi senza guadagnare campo. Continue verticalizzazioni, inserimenti nello spazio e rapidità di manovra sono gli ingredienti principali del calcio d’attacco delle squadre del Boemo. Per uno sportivo che va allo stadio a godersi uno spettacolo calcistico probabilmente la fase offensiva della squadra di Zeman è il non plus-ultra.

I movimenti coordinati della catena laterale (difensore esterno – centrocampista laterale – ala) sono altamente organizzati allo scopo di crearsi spazio a vicenda con l’obiettivo di avanzare verso la porta avversaria per il gol.

Le ali e la punta centrale sono sempre pronte ad attaccare la profondità per ricevere il “filtrante” del compagno. Il centrocampista laterale nello scacchiere di Zeman deve essere sempre pronto ai tagli in verticale di secondo tempo aventi lo scopo di occupare la posizione lasciata libera dall’ala e fornire una soluzione ulteriore al possessore di palla. La filosofia del calcio zemaniano: il piacere di giocare, e vincere possibilmente, solo per il gusto di farlo, non venendo meno cioè all’assunto di giocare per il piacere di giocare, e di regalare momenti di gioia agli spettatori che amano il calcio.