L’AQUILA – Finisce con il risultato di tre Comuni a uno la sfida del ballottaggio tra centrodestra e centrosinistra.
Anche in Abruzzo si è sentito il soffio del vento nazionale che ha visto quasi ovunque premiati i candidati proposti dai partiti di opposizione al governo Berlusconi.
Ne escono malconce soprattutto le segreterie del Popolo della libertà delle province di Pescara e Chieti. In particolare nel Teatino si registrano sconfitte pesanti nei Comuni con più di 15 mila residenti.
Se da un lato è vero che due amministrazioni erano già in mano a uomini del Partito democratico (Vasto e Francavilla) è altrettanto chiaro che gli auspici erano almeno quelli di strappare Francavilla, dopo la disastrosa parentesi del biennio di centrosinistra finito con il commissariamento del Comune, e confermare Lanciano, da 18 anni saldamente nelle mani di uomini di centrodestra (addirittura la prima elezione vedeva il sindaco Nicola Fosco in quota Movimento sociale italiano).
Su Vasto hanno pesato certamente le divisioni storiche tra le varie anime del centrodestra locale: Giuseppe Tagliente, Massimo Desiati e Antonio Prospero si sono a lungo guardati in cagnesco come ciclisti pronti alla volata.
Alla fine il primo scatto l’ha fatto Desiati, rompendo gli indugi e annunciando la sua candidatura, rincorso a ruota da Tagliente che ha lanciato nella mischia Mario Della Porta, persona stimata e di qualità, ma troppo inesperto per navigare i mari burrascosi della politica vastese.
Una candidatura, tra l’altro, che non ha fatto fare salti di gioia né alla base né ai vertici locali del partito, tanto che, poco prima del secondo turno, c’è stato il commissariamento del coordinamento comunale del Pdl.
Una serie di circostanze che ha portato alla disfatta in una città che, fino al 2006, ha sempre dato grandi soddisfazioni al centrodestra (durante l’era Pace si riferiva della curiosità che da Vasto, ogni mattina, partissero tre ‘auto blu’: due con altrettanti assessori regionali, Desiati e Menna, e una con il presidente del Consiglio regionale, Tagliente), e su cui si concentrava più di un’aspettativa di rivincita.
A Lanciano e Francavilla, più o meno, si è recitato lo stesso copione: litigi, spaccature, tranelli. Nel capoluogo frentano il centrodestra si è concesso il lusso di perdere per strada Donato Di Fonzo. A Francavilla ha spinto talmente tanto sul pedale dell’acceleratore delle divisioni che il candidato ufficiale del Pdl, Carlo De Felice, arrivato terzo al primo turno, ha fatto dichiaratamente campagna per Antonio Luciani.
Alla fine, quindi, la festa l’hanno fatta i democrat e i loro alleati.
Fino a un certo punto, però, perché mentre si crogiolava sui successi della provincia di Chieti, il Pd perdeva clamorosamente la roccaforte di Roseto degli Abruzzi (Teramo), dove solo cinque anni prima incassava, con Franco Di Bonaventura, il 75 per cento. Anche se, per scegliere il suo cavallo vincente, il Pdl è dovuto andarselo a cercare fuori dagli steccati consueti del partito, indicando in un Liberalsocialista, Enio Pavone, il portabandiera della coalizione.
Meglio è andata al centrodestra con i risultati del primo turno, in particolare nell’Aquilano e nel Teramano, dove sono cadute molte amministrazioni tenute in pugno saldamente, per anni, dal centrosinistra.
Al vertice romano del Pdl, convocato inizialmente per oggi e poi aggiornato a domani, emergeranno le frizioni tenute sopite dall’euforia delle vittorie nelle regionali e alle amministrative dello scorso anno.
Il rischio che i big abruzzesi berlusconiani temono è che le debacle di Milano e Napoli faranno cadere, semmai, solo le teste delle seconde file, visto che nelle due metropoli è stato lo stesso premier a metterci la faccia, e la sua leadership non è in discussione, mentre è in provincia che potrebbero consumarsi le epurazioni più eclatanti (visto che, comunque, qualcuno deve pur pagare).
A quel punto potrebbero riemergere le divisioni tra ex An ed ex forzisti, con i primi costretti a rintuzzare gli attacchi dei secondi: gli azzurri porteranno in dote la vittoria alle provinciali dello scorso anno e alle regionali del dicembre 2008; gli aennini ribatteranno con i successi nelle città di Chieti e Pescara e proveranno a scaricare gran parte delle responsabilità sull’azione di governo della Giunta Chiodi, fatta di dolorosi tagli agli ospedali di periferia.
A un accenno sulle possibili posizioni future si è già assistito ieri, con Fabrizio Di Stefano che, durante lo speciale elezioni del Tg3 e di Antenna 10, nel quale ha avuto un acceso battibecco con Camillo D’Alessandro, ha richiamato il piano di risanamento sanitario come uno dei motivi che hanno penalizzato il centrodestra, mentre Filippo Piccone provava, con un comunicato, a far passare la tesi del sostanziale pareggio.
Una matassa molto ingarbugliata e non servirà certo a dipanarla la riunione-fiume di maggioranza prevista per il 6 giugno a Pescara.
Se nessuno dei gruppi, e dei capi, in cui è diviso il Pdl ci starà a fare mea culpa si assisterà a un lungo stillicidio che farà rivivere la stagione 2004-2007 delle sconfitte del centrodestra, interrotta, più che per meriti propri, dalle inchieste giudiziarie su Montesilvano, Pescara e sanità.
Oppure si assisterà a una ridefinizione degli scenari e all’emergere di una nuova classe dirigente che, attualmente, vive all’ombra di troppi intoccabili.
Sulla strada del chiarimento, però, incombono due scadenze. La prima è rappresentata dal referendum del 12 e 13 giugno: anche qui il centrodestra va in ordine sparso e non c’è una precisa direttiva di partito. Il quorum potrebbe essere raggiunto (anche grazie alla Lega che, da quando amministra gli enti locali, è decisamente più ‘statalista’ in termini di servizi pubblici e maldigerisce le scelte sulla giustizia) e il centrosinistra si attribuirebbe il merito della seconda ‘spallata’ al governo.
La seconda si chiama elezioni anticipate. Da più parti si dà per certo il ritorno alle urne nella primavera 2012, cioè tra poco meno di un anno.
Accollarsi oggi la responsabilità per il fallimento alle amministrative di ieri potrebbe risultare decisivo (in negativo) ai fini delle scelte dei candidati da piazzare in posizione utile per essere eletti in Parlamento.
Tra uscenti, aspiranti e promesse per tenere buoni i riottosi (almeno in quattro puntano a fare l’esordio a Roma: Castiglione, Pagano, Tagliente e Giuliante) sarà un bel rebus trovare la quadra. (red)





