L’AQUILA – Dicono che sia la sola casa in stile liberty dell’Aquila. E dicono bene. Potresti passarci per anni, accanto a Villa Nurzia, e non farci caso, seminascosta dal verde e dalla strada, quel viale Francesco Crispi, dove, di solito, si sfreccia verso porta Napoli senza preoccuparsi di guardare che c’è di lato. Ma quando ti accorgi che esiste, rimani incantato.

Venne tirata su a partire dal 1918 per volontà di Ulisse Nurzia, fondatore della nota azienda dolciaria, uno dei maestri del commercio aquilano moderno. Dapprima in muratura, poi, in una nuova propaggine, cominciata nel 1930, con i primi esempi di cemento armato. Quasi un secolo dopo, generazione dopo generazione, i Nurzia sono ancora lì.

Tutti muri maestri da 50 centimetri di spessore al piano terra, a cui poco danno ha fatto la scossa del 6 aprile 2009, nonostante l’abitazione sia prossima alle zone dove ci sono stati i crolli e i conseguenti lutti maggiori, tra via D’Annunzio e via Campo di Fossa.

Il tetto, già quasi 100 anni fa così come si è ricominciato a fare oggi, fu realizzato interamente in legno di castagno, “e va restaurato come fosse un mobile antico”, ammoniscono gli artigiani. Tegole in ardesia, è sparito anche l’eternit che era scomodo residuo degli usi degli anni Settanta.

La pioniera delle riaperture dei negozi in centro storico con il celebre bar di piazza Duomo, Natalia, non è in casa, il padre Ninetto, che di quel locale è stato ed è colonna, è proprio sull’uscio. Francesco “Chicco” ormai vive da un’altra parte.

E così, ad aprire ad AbruzzoWeb le porte di casa, per un giro di quello che è un vero e proprio museo domestico, è donna Giuliana, che si gode l’ultima arrivata, la nipotina Maria, occhi chiari, di famiglia, e sguardo vispo. “Ha riportato la gioia tra queste mura, ci voleva proprio”.

L’edificio, sul cui conto sono state realizzate perfino tesi di laurea in Architettura, copre una superficie di 360 metri quadrati su due piani. Ci sono 6 stanze al piano terra, e 4 al primo piano.

Il piatto forte di Villa Nurzia sono gli stucchi, che si trovano davvero dappertutto. Alle porte, alle finestre, ai balconi, agli angoli. Motivi floreali, ma anche volti con espressioni disparate, “dal sorriso alla rabbia mostrano tutti gli stati d’animo”, fa notare la padrona di casa dando un tiro alla sigaretta.

Gli interni hanno un loro criterio e l’organizzazione è cambiata nel tempo. Si vede che è una casa che viene vissuta, ma si vede anche che alcune sistemazioni di stanze e di accessori sono state rimandate, come capita agli aquilani che rientrano nelle case svuotate dopo i lavori di riparazione post-sisma e, solo con il passare dei mesi, si riappropriano via via della totalità dei loro spazi, accontentandosi, all’inizio, di quelli indispensabili.

Ecco perché ci sono alcune stanze ancora ‘cantiere’, da sistemare appena si avrà il tempo, chissà quando. E tra queste ce n’è una che, invece di una normale colorazione di fondo, presenta un paesaggio affrescato con tanto di ampio cielo e qualche nuvola, circondato da vegetazione a fiori tutta dipinta. “Era una terrazza, poi era stata coperta, alla fine perfino intonacata. L’abbiamo fatta riscoprire ma non sono del tutto soddisfatta del restauro”, sbuffa Giuliana mostrando alcuni tratti rovinati dei colori.

Tantissime le “chicche”, come le maniglie delle finestre, rimaste intatte nonostante i vari restauri: sono quelle comprate da Ulisse a Parigi ai primi del Novecento. Anche le mattonelle sono storiche, realizzate con graniglie provenienti dall’Umbria, e integrate con materiali omologhi dov’erano andate perse.

E poi c’è quel quadro all’ingresso, un Cristo con gli Apostoli, su cui sono disponibili, a oggi, ben poche informazioni. “Per quello che ne sappiamo potrebbe essere addirittura di Teofilo Patini, ma non ne abbiamo la certezza”, ipotizza la signora Nurzia.

L’abitazione, ancorché privata, è vincolata dalla Soprintendenza, che ha collaborato per il restauro esterno. Dopo il sisma la Villa è stata classificata “B”, godendo, quindi, di un contributo limitato. I lavori sono cominciati a ottobre 2010, quando il Comune ha rimosso la costruzione dai confini della zona rossa. E oggi tutto è tornato alla normalità, forse sull’esterno ci sarebbe da lavorare un po’, “ma chi ha tempo…” sorride.

I Nurzia non l’hanno praticamente mai abbandonata.  “Ci hanno cacciato perché eravamo appunto in zona rossa, non potevamo rientrare, ma lo facevamo di nascosto anche se c’era la Forestale che presidiava porta Napoli – ricorda ancora Giuliana – Mi ero attrezzata con un serbatoio per l’acqua, lo scaldabagno elettrico e la luce c’era. Non sono stati mesi facili, le scosse continuavano. Ma la casa è sempre stata sicura. Se si costruisce bene il terremoto non ammazza”.