L’AQUILA, 20 MAGGIO – È scattata anche nell’Università dell’Aquila la protesta dei ricercatori contro l’approvazione del disegno di legge di riforma del ministro Mariastella Gelmini. Assunti per la ricerca ma impiegati per lo più come insegnanti, i ricercatori per tutta questa settimana diserteranno le cattedre. Secondo il portavoce degli insorti, Giovanni Farello, l’adesione allo sciopero della didattica ha raggiunto nelle facoltà del capoluogo un’adesione del 98 per cento; solo a Medicina, tutti i 63 ricercatori hanno aderito. È solo il primo passo di una mobilitazione che potrebbe continuare fino alla fine dell’anno accademico e anche nel prossimo, con effetti devastanti: se i ricercatori continueranno a non tornare in cattedra, infatti, la facoltà medica aquilana potrebbe vedersi ridotta alla metà la sua offerta formativa per il prossimo anno accademico.

Oggi nell’aula Malpighi della facoltà di Medicina si è svolta un’assemblea per spiegare la situazione; scarsa però la partecipazione, con solo una trentina di persone presenti. “Lo scorso 15 maggio – ha spiegato la preside Maria Grazia Cifone – abbiamo approvato la programmazione didattica per il prossimo anno, ma con riserva: se non si troverà un accordo dovrà essere rivista. Se infatti 60 ricercatori non vorranno più essere impiegati per la docenza, alcuni corsi di laurea dovranno essere disattivati. Rischiamo di avere un’offerta formativa minore della metà di quella attuale”.

La preside ha anche caldeggiato un maggior interesse da parte degli studenti a questa tematica: “Con una situazione del genere – ha detto – sia l’Ateneo che la città ci perderanno, sta a voi studenti farvi sentire, anche dal sindaco e dal nuovo presidente della Provincia, che non ho ancora mai visto. La Gelmini si è potuta permettere di dire che “gli studenti sono con lei”, la Moratti qualche anno fa non avrebbe mai potuto”. Per sensibilizzare maggiormente è stato ipotizzato un invio di email d’informazione a tutti gli studenti iscritti.

“Il ddl Gelmini – ha detto il portavoce Farello, motivando la protesta – fa sparire la figura del ricercatore a tempo indeterminato, condannandoci al precariato con un contratto a tempo determinato: se il rinnovo di un contratto dipende dal rapporto che il ricercatore ha con il professore ordinario, è chiaro che la ricerca non è più libera. Scompare anche l’obbligo di un certo monte ore di didattica da parte dei ricercatori. Oggi ci pagano per ricercare ma in realtà facciamo quasi solo gli insegnanti. Se verrà approvato il ddl Gelmini, però, rinunceremo agli incarichi di docenza. Costi quel che costi”.