L’AQUILA – “Vivo quest’esperienza in maniera serena, anche se ho perso 4 chili: come va va. Non sto facendo la ricerca del voto porta a porta, la gente, se vuole, mi vota per le idee che porto”.

È con questo serafico ma preciso atteggiamento che vive la candidatura a nuovo rettore dell’Università dell’Aquila il professor Francesco Vegliò, 51 anni, anche se spesso viene additato come “giovane”, “forse perché su Internet gira una mia foto di 10 anni fa”.

È la quarta e ultima intervista di AbruzzoWeb ai candidati per la poltrona di rettore: da giovedì la parola andrà agli elettori con le votazioni, il calendario prevede altri due eventuali turni di votazione il 3 e il 6 giugno e, se nessuno riuscisse a prevalere, il ballottaggio.

Poco attratto dalle discussioni sulla spaccatura tra blocchi di potere e le trame politiche, Vegliò preferirebbe invece parlare a profusione della sua idea di Ateneo e dei singoli punti da affrontare e rilanciare.

Salva Ferdinando Di Orio, “l’ho votato tutte e due le volte e non ho l’esperienza per giudicarne gli errori”, ma non ne è il delfino, “non sono giovane né rampante e non mi ha spinto lui”. Anche perché, la ‘mosca bianca’ Vegliò assicura: “non vedo la posizione di rettore come aspirazione politica ma attività di servizio”.

Apprezza il decalogo degli oppositori, “ma sulla costituzione dell’Ateneo come parte civile nel processo sui maxi affitti si è già deliberato”, tra i candidati che sfida spezza una lancia per Paola Inverardi, “la più competente”, anche se “il mio programma è più simile a quello di Maria Grazia Cifone”.

E così tra i “non so rispondere” politici e le articolate esposizioni sui temi, Vegliò invita a “rifondare” l’Ateneo “proprio come fece il grande Vincenzo Rivera nel dopoguerra”.

Come le è venuto in mente di candidarsi?

L’idea è nata dalla spinta di alcuni colleghi a valle della rinuncia del professor Francesco Parasiliti. Lui si era candidato per questa carica e come dipartimento stavamo discutendo sui programmi, poi ha deciso per ragioni personali di lasciare perdere e dopo due riunioni con il decano Nicola Rotondale, con la spinta di colleghi anche di altri dipartimenti, ho dato la mia disponibilità.

Tagliamo la testa al toro, si candida in continuità o in opposizione all’uscente Ferdinando Di Orio?

È una domanda a cui non so rispondere. Quando si parla di continuità, in che cosa consiste? Questa università oggi esiste perché l’attuale governance ha fatto scelte ed è sopravvissuta, anche se non ci possiamo accontentare di sopravvivere. A questo punto dobbiamo cambiare dal punto di vista organizzativo: è anche la normativa che ce lo impone, di cambiare registro. Non possiamo tenere aperti centomila corsi come in passato, bisogna ottimizzare.

Qual è il suo bilancio sui 9 anni di mandato di Di Orio?

È  un bilancio secondo me positivo, io l’ho votato entrambe le volte. Positivo soprattutto per il comportamento dopo il terremoto: non credevo che rimanere qui ci avrebbe portato lontano, volevo portare lontano dall’Aquila il mio corso di laurea. Ero perplesso, alla fine ho cambiato idea, se oggi vediamo prospettive di sviluppo lo dobbiamo alle scelte di questa governance, non solo del rettore.

Errori ne ha fatti?

Non sono una persona che ha partecipato alla gestione, vengo dal basso e non ho esperienza sufficiente per dire se ci sono state cose sbagliate. L’unica cosa che posso dire è che facendo un giro ho constatato nel personale un grosso malcontento, soprattutto nel personale tecnico-amministrativo e bibliotecario. Disappunto generale, legato a fattori economici, ma anche motivazionale, a causa dei carichi di lavoro.

Che opinione ha del “decalogo” da sottoscrivere per ottenere i voti degli oppositori?

Ne ho parlato con il prof Sergio Tiberti, secondo me sono tutti punti condivisibili tranne il numero 2: la decisione del Consiglio d’amministrazione sulla costituzione come parte civile nel processo sui maxi affitti Optimes. Il Cda ha preso atto delle motivazioni per cui non capisco come potrebbe di nuovo deliberare su qualcosa già deliberato. La magistratura farà il suo corso ed eventualmente ci sarà sempre la possibilità di un’azione civile.

Che ne pensa dei tre contendenti che sfiderà tra pochi giorni?

Ho grande stima per tutti e tre, abbiamo fatto una campagna elettorale corretta, ormai prendiamo anche il caffè assieme e chiacchieriamo in maniera aperta. Sui programmi, in quel del professore Angelo Luongo ci sono cose interessanti ma mi sembra un po’ elitario, irrealizzabile. La professoressa Paola Inverardi tra tutti è la più competente come esperienza, a me un po’ manca, vengo dai piani bassi. Il mio programma è più simile a quello della professoressa Maria Grazia Cifone.

Allora è lei il “delfino” di Di Orio?

Non sono giovane né rampante, e non mi ha spinto certo Di Orio a candidarmi. Mi ha scelto come prorettore e io ho accettato con spirito di servizio, a prescindere di chi fosse era il mio rettore. In commissione proponevo e predisponevo le pratiche e poi si decideva in modo collegiale. L’etichetta di “delfino” non mi piace, non vedo la posizione di rettore come aspirazione politica ma attività di servizio. Se sarò eletto e non sarò capace mi dimetterò.

Si andrà al ballottaggio e tra chi?

Non so rispondere. Io non credo di spostare voti, per mia natura potrei mediare tra le due fazioni, mi sono stufato della guerra. Mi hanno giudicato anche buonista, ma non la prendo come critica. Penso si debbano sentire le ragioni di tutti e che anche le critiche vadano valorizzate. Comunque il livello è buono. Il curriculum delle persone sicuramente è di livello.

Anche secondo lei con il ritorno del pagamento delle tasse ora sospese ci sarà un calo degli iscritti?

Non manterremo questi numeri, bisogna essere realisti. Un piccolo calo lo avremo, ma penso anche che la scelta degli studenti di venire qui sia anche perché ci riconoscono una qualità della didattica e della ricerca, perlomeno quella percepita. Io presiedo la commissione Orientamento, abbiamo fatto questionari per misurare le motivazioni, e la motivazione delle tasse gratuite era 15-18% su tre domande rispetto a qualità della didattica e altro.

L’Ateneo unico regionale è un’idea che le piace?

Sarei favorevole, ma arrivarci non è semplice. Ci sono resistenze in tutte e tre le sedi, cominciamo a fare scuole di dottorato comuni, cominciamoci a conoscere e poi si valuteranno sinergie possibili. Non lo può decidere solo il rettore, se ne deve cominciare a parlare ma ci vorranno anni, sarà un problema del rettore successivo a quello che verrà eletto tra poco, che dovrà e potrà solo mettere le basi.

Quale modello di sviluppo per il “suo” Ateneo?

Se vogliamo essere attrattivi soprattutto con le tasse, dobbiamo fornire servizi di livello. Come dicevo essere sopravvissuti non è più sufficiente. Nelle segreterie sia gli studenti che il personale si lamentano, bisogna migliorare, e questo è solo un esempio. L’attrattività non può essere scollegata dai servizi della città, perciò sarà fondamentale lavorare con il Comune. Se falliamo il rientro a Roio a settembre, per dire, sarà difficile recuperare credibilità. Se non ci mettiamo a tavolino per garantire una mensa, trasporti, a 2.500 studenti che torneranno in quella località, ci sarà un danno d’immagine per tutto l’Ateneo.

Il ruolo da assumere nella ricostruzione.

È stato importante l’incontro in Comune, il nostro ruolo deve essere fondamentale. Abbiamo tutte le competenze per poter partecipare, in Ict per la smart city, in Ingegneria civile, il sindaco Massimo Cialente mi ha chiamato per l’insediamento Accord all’ex Italtel, insomma abbiamo molto da mettere in campo. Però partiamo da tante piccole iniziative singole, ora c’è bisogno di dare una regia. Chiamiamolo tavolo, anche con altri attori, non è facile ma è fondamentale. Leggevo un libro del 2002 pubblicato dall’Università, parla della rifondazione del rettore Vincenzo Rivera dopo il dopoguerra aquilano e una città che era distrutta dai bombardamenti. Vide nella ricostruzione un momento di crescita, mi sembra di rileggere gli stessi momenti di oggi.