L’AQUILA – Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio del 2009 moriva Mario Magnotta.

Evitiamo la retorica di circostanza: Mario manca, sul serio, a tutti quelli che lo hanno conosciuto.

Ha vissuto una vita non semplice, il vecchio Mario.

Arrivato in città all’età di tre anni, è cresciuto nel dopoguerra italiano senza genitori, barcamenandosi in un mondo che stava puntando dritto alla modernità e che avrebbe distrutto in breve tempo gli ultimi universi contadini, in uno dei quali era nato Mario.

La gente semplice come lui nel pentolone moderno se l’è cavata bene, onorando lavori umili come quello di bidello per tanti anni.

Se l’è cavata talmente bene che il destino beffardo che gli si è presentato al telefono e che aveva le voci di Antonello De Dominicis e Maurizio Videtta, i due geni assoluti degli scherzi telefonici targati Aq, lo ha premiato alla fine della giostra.

La voce di Mario è diventata famosa come poche altre voci “underground” (“che?!”, ammonirebbe il nostro), ed è riuscita fin dalla seconda metà degli anni ’80 nell’impresa di portare L’Aquila sulla bocca degli italiani, gli stessi (tra cui per fortuna figurava qualcuno non così beone) che avrebbero continuato ad accostare il capoluogo d’Abruzzo al Molise o alla Basilicata se non ci fossero state le famose audiocassette.

Negli anni 2000, invece, è toccato a un maledetto sisma mostrare agli occhi italici e forestieri il valore di questa città, bella e presuntuosa proprio come una femmina che prima ti scaccia via e poi ti ricorda, mentre vaghi per il mondo, che il tuo mondo è fra queste montagne e, ahinoi, queste dannate macerie.

Forse Mario è andato via in tempo per non vederla crollare.

Dopo tante batoste da cui si era sempre rialzato con più forza di prima, il 6 aprile del 2009 non lo avrebbe mai digerito.