L’AQUILA – A donare ulteriore incanto all’altopiano famoso per le fioriture primaverili delle lenticchie, una nuvola bianca sopra Castelluccio di Norcia, che si staglia  sul cielo terso. Avvicinandoci a piedi verso il paese si scopre però che quella non era una nuvola ma la polvere delle case sbriciolate dal terremoto delle 7.40.

Castelluccio, gioiello umbro degli Appennini, non esiste più. Spazzato via dal sisma di domenica, che ha spaccato anche la montagna, e ha reso impercorribili tutte le vie di accesso, invase da massi e solcate da profonde crepe.

Non ci sono stati morti ne’ feriti, perché semplicemente il paese era già vuoto. E non è stato necessario un oscuro presagio della Sibillla che, vuole la leggenda, dimora in una grotta qui vicino. Sono state le scosse del 24 agosto che hanno devastato la vicine Arquata, Pescara del Tronto e Amatrice e Accumoli, e quella di mercoledi scorso che ha colpito Umbria e Marche a creare il provvidenziale allarmismo, che ha indotto i turisti ei  proprietari delle seconde case a fare le valige, molti paesani a spostarsi altrove. In paese erano rimasti in pochi, in buona parte allevatori che gli animali non se li possono portare con loro negli alberghi della costa adriatica.

Hanno dormito in queste settimane nei chioschi che in tempo di pace erano traboccanti di cose buone da mangiare e da vedere, in camper, nei garage e nelle rimesse fuori il paese.

Ora sono tutti nella grande piazza all’ingresso del paese. A contemplare in silenzio le loro case ridotte a mucchi di sassi e travi, e con esse gli alberghi, i ristoranti, i punti vendita, tutti crollati o solcati da profonde crepe.

Da gente dura di montagna quali sono, nessuno cede all’emotività e alla disperazione. Non hanno atteso con particolari patemi d’animo nemmeno i primi soccorsi, che sono arrivati intorno alle 10,  con un elicottero che è atterrato nella piana.

“E’ finita, su Castelluccio stà volta ce potemo mette na’ preta sopra” commenta uno di loro in colorito dialetto dei monti Sibillini.

Petrut, pastore rumeno, da cinque anni a Castelluccio, mostra cosa resta della sua casa, con un ghigno di rassegnazione e di sfida. Ci spiega però che c’è chi è stato più sfortunato: due ragazze, ad esempio, che avevano a luglio aperto un negozietto di souvenir, ed ora non hanno più nulla, gli sono rimasti solo i debiti.  

“Qui sono crollate anche case che hanno ristrutturato pochi anni fa, alla faccia della messa in sicurezza sismica”, si indigna un altro degli abitanti, intercalando con insulti irripetibili nei confronti di un paio di ingegneri della città, ricordando che qui sono arrivati i fondi del terremoto dell’Umbria del 1997, che qui fece parecchi danni. Fondi che hanno consentito di migliorare l’aspetto del borgo, di restaurare molti edifici, di aprire anche nuove attività. Bisognerà vedere fino a che punto sia stata quella un’operazione, è il caso di dire, di facciata, oppure è stato fatto tutto quello che era possibile fare per mettere in sicurezza un paese in “zona uno”, della carta sismica, la più a rischio. 

I Vigili del fuoco e gli uomini della Protezione civile spiegano ai paesani che le strade sono tutte impraticabili, che rischiano di rimanere isolati senza neanche il cibo. C’è chi gli risponde che “a Castelluccio il cibo non è mai mancato”, e soprattutto, assieme ad altri, che non possono lasciare le stalle e i laboratori di trasformazione incustoditi, e i loro animali senza cure. E così solo una parte di loro è volato via con l’elicottero.

Una vecchia signora attizza il fuoco in un grande braciere in piazza per arrostire la carne per il pranzo.

“Non lasciateci soli, dite a tutti quello che è ci è successo”, dice un’altra signora rivolgendosi al cronista forestiero, arrivato a piedi con due turisti toscani, che hanno beccato la scossa durante un’escursione sopra al monte Vettore, vivendo attimi di assoluto terrore, visto che, raccolta uno di loro “i massi ci rotolavano a pochi metri, ed era come se la montagna ci volesse sputare via lontano”.

Sarà dura per Castelluccio riprendersi. Era un paese che viveva di turismo, che aveva creato una filiera virtuosa tra i prodotti di questa montagna, come la famosa lenticchia, ma anche formaggi e insaccati, e la commercializzazione in loco. Senza punti vendita senza ristoranti e strutture ricettive, questa filiera si è spezzata, chissà per quanti anni a venire. Una bandiera strappata della Coldiretti che sventola sulle macerie, ha il sapore della resa. 

Castelluccio era un modello, anche per tanti borghi interni del vicino Abruzzo, di economia locale e di rilancio delle aree interne. Ma per decenni forse nei convegni, nelle fiere e nei consessi politici, si è parlato molto, forse troppo, di rilancio turistico, di valorizzazione di prodotti tipici, di nuove vocazioni delle aree interne, e troppo poco della priorità assoluta di rendere davvero sicuri e a prova di terremoto Castelluccio, e gli altri borghi dell’Appennino, per chi ci abita e per i turisti. Anzi l’argomento terremoto è stato un tabù, perchè in effetti non rappresenta certo un brand vincente da spendere sul mercato. 

Sull’altopiano immobile le pecore continuano a pascolare come se niente fosse accaduto. Petrut il romeno non ha tempo per maledire il destino. Parte con la sua jeep a fare il suo lavoro di pastore, salutando e ringraziando i forestieri di essere venuti, nonostante tutto, fin quassù.