L’AQUILA – “Le critiche al cosiddetto modello L’Aquila fanno un po’ male, noi aquilani dobbiamo imparare difendere quello che abbiamo e quello che facciamo, siamo i primi detrattori di noi stessi e solo quando gli altri ci bistrattano torniamo all’orgoglio di classe”.

A rimarcarlo ai microfoni di AbruzzoWeb è la senatrice del Partito democratico Stefania Pezzopane, dopo che a seguito del terremoto del Centro Italia molte delle massime cariche dello Stato hanno pensato di rassicurare gli sfollati dicendo loro: “Non farete la fine dell’Aquila”, come fosse il peggio.

“Ho cercato di far capire che non ci sono modelli, ci sono esperienze su cui andrebbe fatta una legge quadro che non abbiamo: non l’abbiamo avuta dopo L’Aquila, né dopo l’Emilia, e probabilmente non l’avremo neanche dopo questa tragedia – premette la Pezzopane – Non si vuole una norma chiara subito da applicare”.

“Noi – ricorda – avevamo 120 mila sfollati, un capoluogo di Regione con prefettura, questura, Regione, Provincia, soprintendenza, tutto inagibile. Amatrice ha solo il Comune come logistica, non sono situazioni paragonabili”.

Alcuni strali ci sono stati anche alle cosiddette new town, 4.449 appartamenti in 19 quartieri che hanno dato una risposta abitativa fino a 16 mila persone e oggi, per paradosso, sono occupate anche dagli sfollati di Amatrice.

“Io ero presidente della Provincia e fui l’unica a votare contro la scelta del progetto C.a.s.e., la ritenevo eccessiva – ricorda la senatrice – erano troppe, non condividevo i pilastri che non servivano a niente essendo case di legno, avevo fatto obiezioni che si sono rivelate ponderate. Tuttavia non potevamo avere una risposta simile a quella dei paesini perché eravamo una città, eravamo in 70 mila in mezzo a una strada”.

Secondo la Pezzopane, “quello che dell’Aquila produce un rigetto è il racconto che c’è stato di alcune tragiche vicende: il crollo dei balconi del progetto C.a.s.e., alcune clamorose inchieste, le case di sabbia, che poi non è vero”.

“In una città tanto grande abbiamo avuto un numero altissimo di vittime, 309, ma che sono un numero per fortuna non esorbitante se lo paragoniamo ai 300 in un territorio che ha pochissimi sfollati – fa notare – L’Aquila sì, è stata colpita, molte case erano mal costruite, ma la gran parte delle persone si è salvata anche grazie agli edifici”.

“Dobbiamo difendere quello che abbiamo fatto perché è un peccato che tanto sforzo e lavoro passino come un’esperienza inutile e dannosa per l’Italia – obietta – D’altronde, lo stesso Vasco Errani (oggi commissario per la ricostruzione, ndr) decise di applicare per l’Emilia Romagna gli schemi che avevamo inventato noi, come la gestione delle scuole, l’assistenza, la classificazione delle case, il finanziamento della Cassa depositi e prestiti”.

Per il futuro, sempre per proseguire la tradizione virtuosa del “modello L’Aquila”, “ho rilanciato la battaglia per il certificato della casa, lanciata dal sindaco e che ritengo molto giusta. Si infrange contro le lobby delle assicurazioni private, del costruire in un certo modo, e quindi sarà molto dura”, conclude.